Il mistero del portafogli e della mancata scarcerazione

In Messico si cercano i responsabili della tragica morte di Simone Renda: il procuratore di Stato mette sotto accusa il giudice "qualificatore". Ma i misteri in questa vicenda sono davvero tanti

In Messico è già caccia ai responsabili per l'assurda morte di Simone Renda. Il bancario di 34 anni è stato lasciato in carcere ben oltre il tempo pattuito per lo sconto della pena e nonostante un infarto miocardico in corso, attestato - ed è questa un'ulteriore novità - non da uno, ma addirittura da due certificati medici rilasciati a brevissima distanza l'uno dall'altro: il fatto si evidenzia sia in un prestampato rilasciato alle 15,15 dell'1 marzo, sia in un successivo manoscritto delle 16 dello stesso giorno. Nei due documenti si attesta nero su bianco la presenza di un probabile infarto in corso, con richiesta di elettrocardiogramma e suggerimento di ricovero in ospedale. Tutte carte, queste ed altre, ora al vaglio della procura leccese.

E intanto, il procuratore dello Stato, Bello Melchor Rodriguez y Carrillo, sostiene la tesi di un'evidente negligenza da parte del giudice qualificatore ("calificador", in spagnolo), Hermila Valera Gonzalez, chiamata a scarcerare Simone, ed ha rilasciato a proposito diverse dichiarazioni alla stampa messicana, rilanciate con forza anche nella giornata di ieri.

Ma i misteri e i "buchi", in questa storia, sono tanti. A partire dalla scomparsa del portafogli del giovane leccese, che non è tornato in patria insieme a tutti gli altri effetti personali. "Da quello che sappiamo al momento - dice Alessandro Valente, 29enne cugino di Simone, da poco rientrato da Playa del Carmen, località nei pressi di Cancùn - l'ultimo pagamento certificato è stato effettuato il 27 febbraio, attraverso una carta di credito. Ma il portafogli è scomparso e sappiamo che Simone non aveva più disponibilità di liquidi. Tanto da aver contratto un debito di 12 dollari con l'albergo "Posada Mariposa" per acquisto di acqua e cibo".

Quando sarebbe scomparso il portafogli, se perso o rubato, questo al momento non è facile da sapere. Fatto sta che, secondo quanto emerge, Simone non avrebbe potuto pagare l'ammenda comminatagli per essere scarcerato. Il fatto che non vi siano soldi nelle tasche di Simone o in altri posti è comprovato anche dal "verbale di rinvenimento del cadavere, stilato dall'agente ministeriale intervenuto sul posto", dice ancora Alessandro Valente. E non solo. "Nello stesso verbale, alla voce ‘lesioni esterne', si parla di una ferita lacero contusa sulla regione parietale destra, vicino al sopracciglio". La scritta è in calce, posta in particolare evidenza, a margine delle fotografie del corpo che ritraggono il volto in primo piano.

Ora, da cosa possa essere stato provocato quel colpo, non è facile da chiarire. Simone potrebbe esserselo provocato da solo, nella brusca caduta dovuta all'infarto. Oppure la ferita potrebbe essere insorta a causa di un colpo sfoderato da un oggetto tenuto in mano da qualcuno. Ma anche in questo caso, ovviamente, si tratta solo di speculazioni e l'intero quadro dovrà essere chiarito dagli investigatori.

Tornando alle presunte responsabilità di giudice e agenti di guardia, qui la questione si fa particolarmente delicata. Dai verbali, infatti, risulta che il giudice "calificador" Gonzalez il 2 marzo avrebbe ordinato alla guardia carceraria di turno, Enrique Najera Sanchez, la scarcerazione di Simone Renda, intorno alle 18,30, in quanto la pena sarebbe stata a quell'ora compiuta del tutto. In questo caso, però, il giovane sarebbe stato lasciato comunque in carcere poiché in stato di semicoscienza ed il giudice stesso avvisato dall'agente che avrebbe proceduto alla scarcerazione quando questi si fosse ristabilito del tutto. A questo punto, è doveroso fare un salto indietro, e ricordare come e perché Simone è finito in cella.

Il ragazzo, la mattina dell'1 marzo (giorno fissato per la partenza), sarebbe stato trovato seminudo e in stato confusionale dai dipendenti della Posada Mariposa. Fra questi, Luciana Asadoran, argentina residente in Messico, che ha messo all'erta le autorità. Sul posto sono quindi intervenuti agenti della polizia turistica che hanno tratto in arresto il leccese per ubriachezza molesta e disturbo della quiete pubblica. E questo perché, secondo un'ipotetica ricostruzione, l'ipertensione di cui il giovane soffriva ed il principio d'infarto sarebbero stati scambiati per uno stato di alterazione psichica. Ma l'autopsia del 4 marzo ha smentito l'esistenza di qualsiasi sostanza tossica nel sangue: negativi gli esiti su marijuana, cocaina ed eroina, negativo l'accertamento sull'alcool. Non solo: l'autopsia ha rilevato la presenza dell'infarto e sottolineato l'esistenza di un "abbondante versamento di liquido subaracnoideo nella regione parietale sinistra" (traduzione dallo spagnolo). Cosa significa questo? Tecnicamente, si definsice emorragia subaracnoidea il sanguinamento che avviene attorno alla superficie di tutto il cervello (compresa quindi la base) a causa di una rottura di un vaso sanguigno.

La seconda autopsia, prevista per mercoledì e che sarà effettuata dal medico legale Alberto Tortorella, potrà chiarire meglio cause e concause di un decesso che forse si sarebbe potuto evitare. Perché è doveroso fare piena luce sul caso ed accertare le responsabilità.
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Anche perché il quadro che emerge al momento porta le responsabilità di tutte le persone coinvolte ad un livello più alto. Se, infatti, il giudice ha ordinato la scarcerazione alle 18,30 del 2 marzo, è lecito supporre che l'entrata in cella sia avvenuta alle 13,30. Questo perché, orologio alla mano, alle 18,30 del 2 marzo sarebbero scadute le 36 ore di detenzione preventiva. Invece, la cella è stata aperta alle 8,30 del 3 marzo, dunque ben 50 ore dopo. E Simone è deceduto allo scoccare della 49esima ora, cioè alle 7,30 del mattino. Tutto questo, in presenza di due referti medici, stilati un quarto d'ora prima che varcasse la cella e mezzora dopo l'entrata nella stessa, che attestano l'infarto in corso.

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