Cronaca

Il recupero crediti? Era per abiti, non per droga: riformata la sentenza

Da quasi 6 anni a 2 per Luciano Sinistro. E' stato anche ricalcolato anche il peso effettivo della sostanza sequestrato durante l'arresto

LECCE – Tutta una questione di peso. Nel vero senso della parola. Riguarda l'attenuante del fatto lieve, prevista dal quinto comma dell'articolo 73 del Dpr 309/90D. In parole più semplici, il peso effettivo della sostanza determina anche quello della sentenza. E così, in appello si è passati questa mattina da una condanna a cinque anni e otto mesi inflitti in primo grado a una molto più lieve di due, con ritorno in libertà. Lui, l’imputato, Luciano Sinistro, 44enne di Lecce, era infatti ai domiciliari. Fu arrestato dalla polizia penitenziaria nel dicembre del 2015 e rispondeva di detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti.

La storia è in realtà molto più articolata. La difesa, infatti, ha dimostrato un altro aspetto di rilievo. Oltre a ottenere il ricalcolo della droga sequestrata a suo tempo, ha anche fatto emergere come un recupero di crediti di cui Sinistro aveva parlato in carcere durante i colloqui con la compagna, Paola Licastro, non riguardava minimamente stupefacenti, ma una regolare attività lavorativa. Soldi che debitori dovevano per capi di abbigliamento, insomma. Ci sono testimonianze, a riguardo, e anche documentazione cartacea.

L'udienza di appello si è celebrata oggi davanti alla Sezione unica penale della Corte di appello di Lecce.Il capo di imputazione verteva su 67 grammi di marijuana, sei flaconi di metadone, 1,5 grammi di hashish e quattro involucri, rispettivamente, di 14,5 grammi, 7,5 grammi, 0,7 grammi e 0,32 grammi di cocaina. Totale: 117 dosi.

In primo grado, difeso dall’avvocato Pantaleo Cannoletta, per Sinistro era stato richiesto il giudizio abbreviato, condizionato alla perizia sul contenuto dell'involucro da 14,5 grammi. Il gup Stefano Sernia, il 22 luglio del 2016, si era espresso con una condanna a cinque anni ed otto mesi di reclusione, più 20mila euro di multa.

La decisione è stata motivata anzitutto escludendo la confezione dei 14,5 grammi di cocaina risultata, all'esito della perizia chiesta dall'avvocato Cannoletta, semplice edulcorante, e poi evidenziando che da alcune intercettazioni di colloqui in carcere con la compagna Paola Licastro, era emersa la prova di un’attività di recupero crediti. Si era detto, recuperi relativi ad altre cessioni di stupefacenti. Gettando quindi una pesante ombra anche sulla donna.

In fase di appello si è aggiunto all’avvocato Cannoletta anche l’avvocato Carlo Martina del Foro di Roma. Insieme hanno nominato un consulente di parte: il tossicologo Giacomo Greco dell’Asl di Lecce. E’ stata poi richiesta e ottenuta l'autorizzazione a verificare il peso effettivo della cocaina poiché, dalla comparazione del verbale di sequestro e della consulenza di parte del pubblico ministero, era emerso che il peso della sostanza era stato rilevato al lordo dei rispettivi involucri.

Esaminati i reperti, le nuove operazioni ponderali hanno svelato che il peso complessivo della cocaina era di 6,5 grammi, per un numero di dosi pari a 35. Non solo. La difesa ha assunto, inoltre, sommarie informazioni testimoniali durante le sue investigazioni, dimostrando che il recupero crediti oggetto delle conversazioni ambientali captate nel carcere di Boro San Nicola riguardavano un’attività commerciale. Una circostanza confermata, peraltro, dalla prova documentale. All'apertura dell’udienza, su richiesta della difesa, è stato aperto un plico sequestrato e rimasto sigillato sino a oggi. Ebbene, conteneva nomi e riferimenti dei vari crediti palesemente riferiti all’attività commerciale.

Per completare il quadro, è stato dimostrato  che la marijuana, sia pure oggetto di condanna in primo grado, non era mai stata analizzata e che l'involucro contenente 0,2 grammi di cocaina non risultava nemmeno nel verbale di sequestro, ma era comparso solo nei plichi consegnati per eseguire la consulenza tossicologica per conto del pubblico ministero.

Nel primo pomeriggio la sentenza della Corte di appello presieduta dal giudice Vincenzo Scardia che ha riformato la sentenza del gup,  ha riconosciuto l'attenuante, ridotto la pena a due anni e 3mila euro di multa e revocato la misura cautelare.

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