Ilaria Cucchi a Lecce: "Stefano ucciso anche dall'indifferenza. Ora giustizia"

L'avvocato Fabio Anselmo e la sorella di Stefano, morto nove anni fa dopo l'arresto per detenzione di stupefacenti, ospiti del festival Conversazioni sul futuro. Dopo anni di processi e depistaggi la verità è più vicina

Ilaria Cucchi.

LECCE – “Stefano è morto di giustizia, di botte, di carcere e soprattutto di indifferenza”. Ilaria Cucchi, la sorella di Stefano, il geometra romano morto il 22 ottobre 2009 a 31 anni, sei giorni dopo essere stato arrestato per detenzione di stupefacenti, ha uno sguardo dolce e pieno di umanità, e la ferma risoluzione di chi da nove anni combatte perché sia fatta giustizia, facendo emergere la verità sulla morte del fratello, la più nota tra quelle riguardanti i presunti abusi delle forze dell’ordine in carcere. Ilaria e l’avvocato Fabio Anselmo, legale della famiglia, stanno girando l’Italia per raccontare la vicenda di Stefano, racchiusa nel film Sulla mia pelle di Alessio Cremonini, che racconta il “caso Cucchi” rivivendo gli ultimi sette giorni di vita del 31enne.

La vicinanza della gente

Giovedì sera il film è stato proiettato a Lecce, nell’ambito del festival Conversazioni sul futuro, in una sala gremita di gente. Ad accogliere calorosamente Ilaria Cucchi e Fabio Anselmo anche gli Ultrà Lecce, che hanno esposto un lungo striscione: “Piccoli uomini ti hanno massacrato, coperti da un intero apparato, una grande donna per te ha lottato. Stefano vive, i morti siete voi”. “Voglio bene a questa città e a questa gente – ha coWhatsApp Image 2018-10-26 at 11.34.43-2mmentato Ilaria –, giovedì sera è stato un momento davvero emozionante, con l’accoglienza degli ultrà con striscioni e cori, e la presenza di tutta quella gente in sala. Quello che sta succedendo in questi mesi è qualcosa di enorme, un’onda che non si ferma più, nelle sale e nelle piazze. Questo va oltre il significato del film, è un modo di condividere e di stringersi attorno alla sua famiglia. Stefano è ora un “problema” di tutti, le persone si rivedono in noi e in quello che facciamo. Dopo anni in cui mi sono sentita abbandonata e tradita ora tiro un sospiro di sollievo, la verità è più vicina".

L’accusa: “Tanti hanno visto e non hanno fatto nulla”

“Negli ultimi giorni di vita Stefano – racconta la sorella – è stato in contatto con una moltitudine di persone, pubblici ufficiali che hanno visto peggiorare sempre di più le sue condizioni di salute che poi lo hanno portato a morire in un modo terribile, così come lo abbiamo visto noi sul tavolo dell’obitorio. Persone che non hanno fatto nulla, assolutamente nulla per impedire quella catena di eventi che ha causato il decesso di mio fratello. Sarebbe bastato che ognuno di loro facesse non un gesto di umanità, ma semplicemente il proprio dovere, cioè denunciare quello che era accaduto, e probabilmente Stefano si sarebbe salvato. Nessuna di quelle persone, così come tanti dopo di loro, è stata in grado di vedere oltre il pregiudizio, in quel detenuto fastidioso e tossico un essere umano, con una sua storia, un vissuto e una famiglia”.

La vicenda giudiziaria

Il 22 ottobre del 2009 Stefano viene trovato morto in una stanza all’interno del reparto protetto dell’ospedale Sandro Pertini di Roma, dove era ricoverato da quattro giorni. Il 31enne pesava 27 chili. Secondo i legali della famiglia Cucchi fu picchiato violentemente prima ancora dell’udienza di convalida dell’arresto, la mattina del 16 ottobre. Dopo il ricovero all’ospedale Pertini, Stefano non fu accudito e nutrito. Fu lasciato morire di fame e di sete. Dopo anni di processi, testimonianze, udienze e consulenze, nel gennaio del 2017 la Procura di Roma ha chiesto il processo con nuovi capi d’accusa a carico di cinque carabinieri: Alessio Di Bernardo, Raffaele D’Alessandro e Francesco Tedesco, che devono rispondere di omicidio preterintenzionale pluriaggravato dai futili motivi e dalla minorata difesa della vittima, abuso di autorità contro arrestati, falso ideologico in atto pubblico, calunnia. La svolta arriva l’11 ottobre del 2018, Francesco Tedesco, uno dei cinque carabinieri imputati nel processo bis di primo grado, confessa e accusa gli altri colleghi del pestaggio di Cucchi. Il carabiniere, nella sua deposizione, rivela dell’esistenza di una nota scritta da lui stesso, in cui spiegava che cosa era successo a Stefano Cucchi. La nota sarebbe stata inviata alla stazione Appia dei carabinieri e sarebbe stata fatta sparire. Il tenente colonnello dei carabinieri Luciano Soligo, già comandante della compagnia Talenti-Montesacro, compare tra gli indagati nella nuova inchiesta del pubblico ministero Giovanni Musarò sui falsi verbali e sui depistaggi legati al pestaggio in caserma cui fu sottoposto Stefano Cucchi poche ore dopo essere stato arrestato per droga. L’inchiesta chiama in causa anche il luogotenente Massimiliano Colombo (comandante della Stazione Tor Sapienza) e il carabiniere scelto Francesco Di Sano, finiti nei guai per aver dovuto modificare il verbale sullo stato di salute di Cucchi quando fu portato proprio a Tor Sapienza proveniente dalla caserma Casilina.

Anni di falsi e depistaggi

“Ciò che spaventa – spiega l’avvocato Fabio Anselmo –, è che i falsi e i depistaggi siano proseguiti sino al 2015, anche da parte di persone non direttamente interessate. Chi ha denunciato è stato punito, mentre chi ha ostacolato il corso della giustizia è stato promosso. Tutto ciò è inquietante, così come la campagna di profonda ostilità che ha accompagnato tutta questa vicenda. Ora attendiamo il deposito delle ultime intercettazioni, siamo convinti di essere sulla strada giusta verso la giustizia”.

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Stefano, semplicemente un essere umano

“La storia che raccontiamo riguarda il mancato rispetto dei diritti fondamentali dell’essere umano, cioè tutti noi”, dice Ilaria Cucchi. “Se vogliamo vivere in posto civile bisogna farsene carico per quello che si può, ognuno deve farlo, senza voltarsi dall’altra parte. E’ un problema di tutti. Vogliamo che la gente veda dietro un detenuto un essere umano. Questo è il nostro unico modo di fare politica”.

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