Imprenditore e moglie aggrediti sotto casa, chiesta la conferma delle condanne

Sta per chiudersi il secondo capitolo giudiziario sul pestaggio della coppia di leccesi avvenuto nel febbraio 2011 e che vede tra gli imputati l’ex socio in affari

LECCE - Si è aperto oggi il secondo processo sul brutale pestaggio dell’imprenditore leccese Fabio Margilio, di 51 anni, e di sua moglie Alessandra Ruggeri, di 40, avvenuto il 18 febbraio 2011 sotto l’abitazione della coppia a Lecce.

Il sostituto procuratore generale Salvatore Cosentino ha chiesto alla Corte d’Appello la conferma della sentenza di condanna a due anni e quattro mesi di reclusione emessa in abbreviato nei riguardi dell'ex socio (nella gestione dell’Ideass, proprietaria di case di cura) della coppia Antonio Greco, 52 anni, di Caprarica, di suo cognato Vincenzo Franco, 52, di Caprarica, e di un dipendente di quest'ultimo Giuseppe Antonio Calogiuri, 55, di Galugnano. I tre uomini erano stati condannati dal giudice Carlo Cazzella anche a risarcire con 10mila euro Margilio e con 5mila la moglie (parti civili al processo con gli avvocati Giuseppe Bonsegna e Amilcare Tana), lasciando che il resto dei danni subiti venisse quantificato e liquidato in separata sede. Leggermente più alte erano state le pene invocate dal pubblico ministero Paola Guglielmi (l’ultima a destra nella foto, il giorno della conferenza stampa sugli arresti): tre anni e due mesi di reclusione per Greco, che rispondeva oltre che di lesioni, anche di violenza privata e divulgazione di atti segreti (reati dai quali fu assolto) e di due anni e otto mesi ciascuno per gli altri due.

Secondo l’accusa, l'ex socio e il cognato sarebbero stati la “mente” della spedizione punitiva contro i coniugi, “colpevoli” di aver ostacolato il progetto del primo di realizzare una società concorrente, la Isapa srl. Questo, per il pm, il movente che Greco cercò di smontare, spiegando che la nuova attività apparteneva ai suoi familiari, e avendo sede a Manduria, non avrebbe comunque interferito con quella della coppia, presente a Lecce, Squinzano e Mesagne.

Secondo la difesa (rappresentata dagli avvocati Luigi Rella, Silvio Verri, Luigi Covella e Gianni Gemma), non c'è prova della colpevolezza degli imputati che, durante le indagini, per dimostrare la loro innocenza, si sottoposero spontaneamente al test del dna sulla mascherina indossata da uno dei malviventi e ritrovata dagli investigatori sul luogo del pestaggio. Si tratta della mascherina che Ruggero vide scivolare dal volto di Calogiuri, lo stesso al quale risalì, in seguito, ingaggiando un investigatore privato. L'esito del test fu negativo per tutti e tre gli indagati. Ed fu proprio il dna, la questione sulla quale si diedero filo da torcere accusa e difesa. In particolare, sulla traccia individuata nell'area naso/bocca (della mascherina): secondo il perito nominato dal gup Cazzela, Vincenzo Agostini, era frammentata e non era possibile stabilire con certezza se la sua natura fosse salivare; per il consulente della difesa, il generale Luciano Garofano, già comandante del Ris (Reparto Investigazioni Scientifiche) di Parma, era sovrapponibile a quella trovata in prossimità della bocca che non era né della vittima né degli imputati, e quindi apparterrebbe ad un aggressore mai individuato. Per la Procura, invece, le tracce erano frutto di contaminazione naturale.

Insomma, non resta che attendere quali saranno stavolta le valutazioni dei giudici d’appello, dinanzi ai quali la discussione proseguirà lunedì.

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