Domenica, 25 Luglio 2021
Cronaca

Ricattato e pestato dai casalesi, imprenditore salentino si ribella

Nel processo "Aspide" che ha messo al bando un clan camorristico infiltrato nel tessuto economico padovano, fra i pochi ad aver avuto il coraggio di denunciare, un 38enne del Capo di Leuca. Depredato della sua intera attività

PADOVA – “Aspide Srl”. Già il nome, con quel sinistro richiamo ad un serpente velenoso, incute sospetto. Se non ci fossero dietro storie di sofferenza, di aziende risucchiate nell’avido ventre della camorra, di minacce velate ed esplicite, fino ai pestaggi veri e propri, potrebbe sembrare il parto di uno scrittore di gialli con scarsa fantasia.

“Aspide” è il nome di un’associazione di consulenza finanziaria con sede a Padova, dietro la quale si celava la longa manus dei casalesi, infiltrati nel tessuto sociale ed economico di quel Nord-Est d’Italia un tempo fucina di ricchezza, oggi stretto come ogni area del Paese nella tagliola della crisi. Ed è proprio il crollo dell’economia e il bisogno di liquidità degli imprenditori, il leit-motiv su cui “Aspide” e chi si trovava dietro hanno fatto leva.

In uno dei processi più vasti alla criminalità organizzata nel Veneto, dai tempi di Felice Maniero e della mala del Brenta, avviato dopo indagini della Direzione investigativa antimafia,  ventidue persone sono state condannate per associazione per delinquere di stampo mafioso. I giudici veneti hanno inflitto vent’anni a testa a Mario Crisci, 35enne di Castel Volturno, detto “Il Dottore”, ritenuto il leader dell’organizzazione e ai suoi alfieri,  Massimo Covino, 39enne nativo di Napoli, con residenza in Germania, e Antonio Parisi, 45enne di Castel Volturno. Poi, una sfilza di altre condanne minori per personaggi di secondo piano e fiancheggiatori.

Almeno una settantina gli imprenditori vessati, con prestiti a strozzo, ricatti, minacce. E non solo veneti. Fra coloro - i pochi, per la verità, una decina - che hanno deciso di farsi coraggio e denunciare, c’è anche un salentino di 38 anni, originario del Capo di Leuca, titolare di un’azienda di trasporti che ha sede nel basso Salento e che opera per conto di ditte del padovano e di altre aree settentrionali. La sua storia, è un po’ l’emblema di tante vicende che vedono protagonisti diversi piccoli e medi imprenditori italiani, che rischiano di finire strangolati quando le banche chiudono i rubinetti e i debiti salgono come una marea.

L’uomo denunciò i fatti nel giugno dello scorso anno, seguito dall'avvocato Stefano Luna di Tricase, confermando anche davanti alla Procura di Padova quanto già espresso in precedenze agli ufficiali di polizia giudiziaria, che l’avevano ascoltato come persona informata sui fatti. Spiegando per filo e per segno come fosse finito nel perverso meccanismo di “Aspide”.

Essendo a corto di liquidità, dopo aver visto un annuncio su un giornale, decise di affidarsi all’agenzia per ottenere un prestito. Prese quindi un primo contatto con una persona dell’organizzazione, che vide più volte e alla quale fece presente di avere bisogno di almeno 10mila euro. Dopo essere stato rassicurato sull’istruzione della pratica, conobbe direttamente il capo, Mario Crisci. Modi garbati e tante idee sul tavolo, Crisci, a detta dell’imprenditore salentino, gli avrebbe proposto un ventaglio di ipotesi, fra cui la concessione del prestito e la costituzione, con soci fittizi, di una società che gli avrebbe in seguito permesso di rientrare nel sistema del credito. In quella prima occasione, Crisci in persona avrebbe consegnato al 38enne salentino mille e 500 euro in contanti. Vale a dire, un anticipo sul finanziamento. Nel giro di un mese, in altri incontri, l’imprenditore avrebbe ottenuto, in tutto, altri 8mila euro.

Per avere tutto questo, all’imprenditore sarebbe stato richiesto di sottoscrivere dodici pagherò cambiari di 2mila euro ciascuno, il cui fine sarebbe stato di ottenere lo sconto presso qualche banca. Agli inquirenti, all’atto della denuncia, la vittima spiegò di aver ricevuto il denaro senza che avesse sottoscritto contratti di finanziamento. Semplicemente, avrebbe ottenuto la vaga promessa che, nel momento in cui avesse cominciato a restituire il prestito, avrebbe riavuto indietro i pagherò cambiari.

L’imprenditore iniziò a versare 2mila euro al mese a partire dal periodo maggio-giugno del 2010. Senza però ricevere indietro i titoli. Di fronte alle sue insistenti richieste, si sarebbe sentito rispondere che li avrebbe ottenuti solo a piano di ammortamento ultimato.

Nella stessa vicenda, rientra anche la già citata costituzione di una nuova società, con all’interno persone di fiducia dell’“Aspide”, che sarebbe servita per gestire l’attività senza problemi, visto che in passato l’imprenditore aveva subito alcuni protesti. In effetti, l’imprenditore raccontò di essere stato accompagnato presso la sede di un notaio veneto, dove fu costituita una nuova società di trasporti, la cui sede indicata era sempre nel comune del basso Salento di cui è originario.

Mario Crisci-2Facendo una visura, qualche tempo dopo, l’imprenditore scoprì che i soci di quest’azienda erano tali Anna Guarino, 30enne e Francesca Nattino, 28enne, entrambe di Castel Volturno, donne da lui mai conosciute. Entrambe si spartivano la torta, con quote del 50 per cento a testa. Persone ben inquadrate nell’organizzazione, secondo gli inquirenti, tanto che nell’ambito del processo che s’è svolto ieri, Anna Guarino ha ricevuto una condanna a cinque anni e nove mesi, mentre Francesca Nattino a cinque anni.

In sostanza, iniziava in quel momento lo svuotamento delle proprietà dell’imprenditore. Infatti, sarebbe stato obbligato a trasferire alla nuova società ben tre automezzi. Ma non solo. I suoi interlocutori si sarebbero fatti sempre più pressanti e minacciosi. Erano ben lontani i sorrisi accomodanti dei primi giorni. Al primo ritardo nei pagamenti, che effettuava con Postepay, il salentino avrebbe subito intimidazioni neanche tanto velate.

Verso i primi giorni del novembre del 2010, poi, accadde qualcosa che non avrebbe mai più dimenticato. Convocato presso gli uffici di via Lisbona, a Padova, della società alla quale si era incautamente affidato, il 38enne, come avrebbe successivamente raccontato agli inquirenti, sarebbe stato rinchiuso in una stanza, circondato da Crisci ed altri tre individui.

Gli sarebbe stato intimato di pagare quanto dovuto, con tanto di pistola puntata addosso, e, per meglio farsi comprendere, l’avrebbero anche pestato con schiaffi, pugni e persino con il calcio dell’arma. Venti minuti di botte, un tormento dopo il quale l’uomo uscì dall’ufficio con un vistoso taglio in testa, dal quale sgorgava sangue a fiotti.  

Dopo quell’episodio, gli sarebbe stato ordinato di rendere note le sue commesse e di consegnare all’“Aspide” i guadagni. Loro si sarebbero premuniti di pagare i costi: stipendi, carburante, pedaggi. Praticamente, l’imprenditore era stato spogliato della sua attività commerciale. E ora, con la conclusione del processo in primo grado, in cui s’è costituto parte civile con l'avvocato Luna, nel buio della sua vicenda e di quella di altre vittime, si affaccia uno spiraglio di luce.   

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