In mille da diverse regioni per il processo di canonizzazione di Mirella Solidoro

Gremita la Cattedrale di Ugento. Presenti anche trentuno sindaci. Il vescovo Angiuli s'è soffermato sul significato profondo del dolore nella cristianità. "Per il credente, la sofferenza rimane una cittadella il cui centro non può essere completamente espugnato"

UGENTO - Si è aperto oggi, alle 17.30, nella Cattedrale di Ugento, il processo per la canonizzazione di Antonia Mirella Solidoro di Taurisano. La solenne concelebrazione eucaristica è stata presieduta dal vescovo di Ugento – Santa Maria di Leuca, monsigno Vito Angiuli e concelebrata dal postulatore, padre Aldo Maria De Donno, da monsignor Napoleone Di Seclì, della parrocchia Santi Martiri Giovanni Battista e Maria Goretti in Taurisano, nella cui chiesa è il sepolcro della Serva di Dio, e da tutti i sacerdoti della diocesi. Erano presenti trentuno sindaci e oltre mille fedeli provenienti dalla diocesi, ma anche da altre regioni.

Dopo il nulla osta della Cei e del Vaticano, il vescovo ha insediato il Tribunale che condurrà l’inchiesta diocesana. Vi fanno parte monsignor Antonio Caricato (giudice delegato), monsignor Giuseppe Stendardo (promotore di giustizia), l’avvocato Martino Carluccio (notaio attuario), Fulvio Nuzzo (notaio aggiunto). Al tavolo del Tribunale, oltre al vescovo e al cancelliere, monsignor Agostino Bagnato, anche monsignor Napoleone di Seclì (attore), e padre Aldo Maria De Donno (postulatore).

L’omelia del vescovo s’è concentrata sulla profondità del vissuto di Mirella Solidoro. La malattia interminabile e il dolore, un’autentica testimonianza di fede, speranza e carità. Ha vissuto solo trentacinque anni, ma immersi in un senso “mistico” nel rapporto con Dio.

Monsignor Angiuli s’è soffermato proprio sul senso del dolore. “L’atteggiamento con il quale il cristiano si rapporta alla sofferenza non ha nulla a che fare con la visione stoica. Di fronte alla notte della passione, anche Cristo implora di essere liberato dal calice del dolore (Marco, 14,36) e confessa di avere “l’anima triste fino alla morte” (Marco, 14,34)”.

“Per il credente, la sofferenza rimane una cittadella il cui centro non può essere completamente espugnato. In essa, tuttavia è nascosto un segreto”, ha detto ancora il vescovo. “Chi se ne impadronisce, raggiunge la vera sapienza della vita. Il dolore può diventare addirittura un desiderio dell’anima. Così scrive Mirella: “Accettai il dolore e lo amai tanto da desiderarlo”. Con la sua testimonianza, ella ci aiuta a scoprire il valore di questo segreto, dandoci quasi un decalogo per decifrare il mistero del dolore…”.

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“Mirella ha racchiuso il segreto della sua vita in una massima: “Vivere per dare, morire per ricevere”. Vivere e morire, dare e ricevere: quattro verbi che contengono la preziosa saggezza della sua fede alla quale ella ci invita ad attingere per trasformare la sofferenza in un inno di lode a Dio – ha concluso - e gesto di solidarietà con il dolore di tutti gli uomini”.

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