Mercoledì, 16 Giugno 2021
Cronaca

Cri, in trincea per gli sbarchi: vite in gioco lungo le tratte della speranza

C'è il neonato salvato dal poliziotto, il copto che rinuncia all'asilo temendo ritorsioni alla famiglia, la mamma che aiuta il figlio a fuggire dai talebani. Un responsabile della Cri racconta la vita in mezzo all'emergenza

 

LECCE – Tirava un vento gelido, quella notte, tagliente come vetro. Alle Cesine, l’oasi protetta che si estende lungo la litoranea da San Cataldo a San Foca, una quarantina di migranti si erano appena divisi in gruppetti. Erano ancora bagnati fradici, dopo lo sbarco. Alcuni erano già arrivati all’altezza dell’aeroporto Lecce-Lepore, quando furono intercettati da una pattuglia di polizia. “C’era una famiglia con due bambini piccoli, fra cui una neonata di un mese e mezzo. La volante giunse prima della nostra ambulanza. Un agente decise di mettere la bimba nell’auto, con il riscaldamento acceso. Un gesto, ne sono convito, che in quella fredda notte di qualche mese addietro è servito a salvare una piccola vita”.  

Tommaso Del Cuore, 23enne, responsabile provinciale di Lecce della sala operativa della Croce rossa, è testimone di mille storie sconosciute, quelle dei fantasmi senza nome in cerca della loro terra promessa. Il Salento, solo una tappa. La prima, per alcuni, verso una nuova speranza. Ne parla volentieri, in questa lunga disamina, per spiegare un fenomeno del quale si parla ancora troppo poco, nonostante abbia radici lontane e tocchi il Salento molto da vicino.

“Ci sono storie di famiglie spezzate, tutte simili nella loro gravità, tutte tristemente differenti”. Alcuni scappano dalle montagne dell’Afghanistan, raggiungono il Pakistan, e proseguono la loro marcia verso l’Europa. “Affrontano viaggi lunghissimi, anche di mesi. Li troviamo con ferite, piaghe, traumi, fratture, lussazioni. Tutte lesioni – dice Del Cuore - dovute alle difficoltà e agli stenti. E pagano, per questo, alle organizzazioni criminali, somme di 2-3mila euro”.

“C’era un ragazzo afgano di 14 o 15 anni – ricorda -, la cui vicenda mi ha colpito profondamente. La madre l’ha accompagnato alla frontiera con il Pakistan, ha pagato perché fuggisse. Veniva da una famiglia di una religione perseguitata, nel suo Paese. I genitori temevano che le tribù estremiste potessero ridurlo in schiavitù”. La ferocia dei talebani priva gli uomini della libertà, e toglie il futuro ai giovani. “Si fugge per problemi economici, ma anche religiosi, o persino per le proprie preferenze sessuali”. E c’è chi scappa perché ha qualche conto in sospeso con la giustizia. “Ne ho viste diverse di persone sulle quali pendevano mandati di cattura internazionali”.

P160211_12.19-2Molti hanno diritto alla richiesta di asilo politico. Altri no. Specie chi approda in Italia, provenendo da tratte diverse, come quelle che partono dal Nord Africa. Sempre che non vi siano particolari motivi. “E’ il caso dei cristiani copti”, spiega Del Cuore. “Sono facilmente individuabili, perché hanno una croce tatuata sulla mano sinistra”. Di recente, nel Salento, sono arrivati diversi egiziani. Fra loro, una volta, c’era anche un giovane copto. “E’ stato reso edotto della possibilità di richiedere asilo politico ed accompagnato presso il commissariato di polizia per le per pratiche. Tuttavia, dopo qualche ora, l’abbiamo visto rientrare nel centro di prima accoglienza Don Tonino Bello di Otranto. Ci ha comunicato di non aver voluto rilasciare impronte digitali e fotografie per paura che i suoi compagni, non vedendolo rientrare, una volta rimpatriati, potessero compiere ritorsioni nei confronti della sua famiglia”.

“In Egitto – sottolinea -, come noto, i cristiani copti sono perseguitati. Così, ad un passo dalla meta, per paura delle conseguenze per la sua famiglia, ha preferito il rimpatrio. A nulla sono valsi un paio di tentativi di farlo desistere e neanche il fatto che l’ufficio immigrazione avesse già avviato le pratiche per l’asilo politico”.

Quello della Croce rossa è un piccolo esercito armato solo di buona volontà, pronto alla chiamata 24 ore su 24, in ogni condizione meteorologica. Ci sono le infermiere volontarie ausiliare delle forze armate e circa 700 volontari presenti in provincia di Lecce, distribuiti in otto commissariati sul territorio: Lecce, il più grosso, che annovera pressappoco 200 volontari, e poi Tricase, Melissano, Casarano, Salice Salentino, Leverano, Ugento e Supersano. Sono loro i primi ad intervenire, insieme alle forze di polizia. Quelli che vivono da vicino storie di quotidiana sofferenza e di fuga da mondi in cui la parola “democrazia” è un’eco lontana che rimbalza da altri continenti.

L’impressione, è che le istituzioni abbiano realmente preso coscienza del nuovo problema, ora che è cambiato l’assetto geopolitico, solo nel 2010. Eppure, le avvisaglie erano chiare già fine dell’estate del 2008, quando iniziarono i primi, timidi sbarchi di migranti provenienti dal Medio Oriente. Ma solo nell’agosto del 2010, fu siglato in Prefettura un protocollo. “Era necessario – dice Del Cuore- trovare misure adeguate per una dignitosa accoglienza e per mettere in piedi una macchina operativa efficace”.  

Tommaso Del Cuore-2“C’era la sensazione che si stesse profilando una nuova realtà, con sbarchi continui da Grecia e Tuchia”, spiega ancora il responsabile della Cri. “Il caso di Lampedusa ha messo in risalto il problema a livello nazionale, anche se da noi non si può parlare di cifre analoghe: nel 2011 sono arrivati in provincia di Lecce 2mila e 500 migranti. L’emergenza ci impegna molto, sotto il profilo delle forze in campo e delle risorse, ma non siamo in un contesto simile a quello di Lampedusa. Non abbiamo sbarchi di 500-600 persone alla volta”. Questo non significa che il caso debba essere preso sotto gamba. “Assolutamente no – spiega -: negli ultimi tempi, e in particolar da settembre, abbiamo registrato un incremento, a livello di frequenza, con quattro o cinque sbarchi al mese”.  

Ci sono stati anche momenti difficili, da affrontare. “Un paio di barconi sono finiti sugli scogli. Tutti ricorderanno il naufragio fra Santa Cesare Terme e Porto Badisco di fine novembre. A bordo c’erano circa 200 persone. “Quella notte – ricorda – la Croce rossa è intervenuta massicciamente”.

Foto0105 (1)-2Passata la fase critica della prima emergenza, non tutti sanno, come funziona il secondo passaggio, quello burocratico, non meno complesso. La Cri, ad esempio, si occupa anche di restoring family links. “Sono i ricongiungimenti familiari. Molte richieste arrivano dalla Sicilia e soprattutto dalla Calabria, regioni che vivono con noi quest’emergenza”. Ad occuparsene, sono in particolare i legali di associazioni come Unhcr (United nations high commissioner, ovvero, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati), Oim (Organizzazione internazionale per le migrazioni) e Save the children. “Sono diversi i casi risolti. Tramite sale operative locali, regionali e nazionali, dagli elenchi di cui disponiamo, abbiamo la possibilità di trovare, eventualmente vi fossero, le persone che cerchiamo. E grazie ad interpreti, forniamo assistenza anche sui diritti dei migranti e sulle possibilità di richiesta di asilo politico”.  Cercare di capire quale possa essere la tendenza, però, per l’anno appena iniziato, non è semplice. Anche se Del Cuore n’è certo: “Purtroppo, credo che gli sbarchi continueranno a questo ritmo”. 

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