Inchiesta sulla Crap di Casarano, archiviazione per il sindaco e 13 consiglieri

Rigettata l’opposizione della società "Casa Amata". Per il giudice Maritati, nessun abuso d’ufficio né rifiuto di atti d’ufficio, anzi: “L’Amministrazione ha agito nell’interesse pubblico, cogliendo le preoccupazioni dei residenti di via Agnesi"

CASARANO - “Nessuna violazione di legge o di regolamento è stata realizzata. L’obiettivo della pubblica amministrazione era solo quello di trovare un contemperamento tra l’interesse del privato e quello pubblico”. Sono queste le valutazioni contenute nell’ordinanza con la quale il giudice Alcide Maritati ha archiviato il procedimento sui presunti illeciti relativi alla realizzazione di una comunità riabilitativo assistenziale psichiatrica (Crap) per pazienti autori di reato a Casarano.

Sott’accusa per abuso d’ufficio e rifiuto di atti d’ufficio erano finiti il sindaco Giovanni Stefano e i consiglieri Alberto Vizzino, Giulia De Lentinis, Giampiero Paolo Marrella, Agnese Rosi Scarangella, Giovanni Ferrari, Fabiola Casarano, Alessandro Antonaci, Gianluca Vitantonio Musca, Matilde Macchitella, Mauro Angelo Memmi, Umberto Totaro, Enrico Giuranno, Emanuele Rocco Legittimo.

L’inchiesta era partita dall’esposto del legale rappresentante di “Casa Amata” (e che si era opposto alla richiesta di archiviazione), secondo il quale, dopo aver atteso per tre anni risposte dall’Amministrazione e solo dopo una lettera di diffida inoltrata il 13 settembre 2017, la società avrebbe ottenuto l’autorizzazione richiesta per realizzare la struttura (con 10 posti letto) in via Agnesi.

Nel provvedimento adottato dal responsabile del Servizio Attività Produttive Suap Giulio Spinelli (difeso dall’avvocato Luigi Covella) - anche questo finito sul registro degli indagati, la sua posizione era già stata archiviata - veniva precisato che la revoca del permesso poteva essere disposta in qualsiasi momento “per ragioni di ordine pubblico e di sicurezza pubblica”. A questo, fece seguito la delibera del 29 novembre 2017 che modificava il regolamento di Igiene e Sanità, imponendo una distanza di 500 metri dai luoghi sensibili come scuole, asili, chiese. Per l’accusa, quindi, sarebbe stata forzata la normativa sulla ludopatia che imponeva questo limite per le sale gioco e non per le strutture sanitarie.

Ma il giudice Maritati ha condiviso le analisi del pubblico ministero e quelle contenute nelle memorie prodotte dal difensore degli indagati, l’avvocato Francesco Vergine, secondo le quali “l’amministrazione comunale non ha fatto altro se non fare proprie le preoccupazioni dei cittadini di via Agnesi, senza alcuna finalità di pregiudizio per l’attività di impresa della Casa Amata, giacché si prevedeva nella deliberazione adottata un congruo termine per lo spostamento della struttura”.

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“Nessun elemento può ragionevolmente indurre a ritenere che le decisioni amministrative adottate siano state motivate da ragioni di “interesse” privato, né positivo (volontà di favorire alcuno), né negativo (volontà di danneggiare la “proprietà” della Casa Amata) – si evidenzia nell’ordinanza - anzi deve dedursi dall’intero complesso di provvedimenti adottati, come non si sia inteso sbarrare la strada all’impresa privata, alla quale è stato dato anche un congruo termine per ricercare una nuova sede compatibile con le prescrizioni inerenti la collocazione della struttura”.

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