Inchiesta “Battleship”, le intimidazioni: dai manifesti funebri ai pestaggi

Per il gip, il clan sgominato oggi dagli uomini del Gico avrebbe usato il pugno duro per mantenere il controllo del territorio: erano guai per chi non onorava i debiti o ficcava il naso nella sua area di influenza

Nell'operazione sequestrate due pistole: una a Maria Montengro, l'altra ad Andrea Quarta.

LEVERANO - “La forza di intimidazione e il controllo del territorio vengono notoriamente esercitati con minacce di sottrazione di beni (in genere veicoli), di pestaggio e addirittura di morte di chiunque si opponga in qualsiasi maniera al potere del clan”, si esprime in questi termini il gip Carlo Cazzella a pagina 70 dell’ordinanza di custodia cautelare eseguita oggi con l’operazione “Battleship”.

Emblematico in tal senso è l’episodio dell’affissione, il 9 agosto 2015 a Leverano, del manifesto funebre al finanziere, al quale veniva attribuito l’arresto in flagranza di uno degli affiliati al clan. “Per la prematura scomparsa del finanziere Caracciolo Davide la comunità intera rende grazia a Dio per il lieto evento” era il messaggio che, secondo il giudice, non era rivolto solo all’interessato (oltretutto fratello di Alessandro, ritenuto a capo dell’organizzazione, già condannato due volte per associazione di stampo mafioso con sentenze irrevocabili del 1992 e del 2007, e cognato del boss storico della Scu Mario Tornese), ma a tutta la cittadinanza, per rivendicare la propria forza, incutere paura e spegnere così l’intenzione di collaborare con l’Autorità giudiziaria.

Al simbolismo di morte, si aggiungono le minacce verbali a chi non onorava i debiti (con frasi del tipo: vedi che ti tiro un pugno in faccia e ti sbatto a terra…  mi devi dare 1.600 euro oggi… oggi ti rovino di pugni”, “sì, sì, tanto la macchina mi sto prendendo stamattina, te lo sto dicendo già… i soldi dove stanno?”), e i pestaggi di chi era considerato un traditore come quello dell’uomo ritenuto responsabile da Maria Montenegro della soffiata che l’avrebbe portata in carcere (il 4 novembre 2015) e dal quale si pretendeva un risarcimento del danno del sequestro della droga, pari a 1.250 euro.

Non solo. Nell’estate del 2015, il clan avrebbe preteso da un giostraio che aveva occupato uno spazio a un evento fieristico di consegnargli soldi e biglietti gratis.

Stando sempre alle indagini, erano guai per chi si permetteva di avanzare minacce o pretese di natura economica nell’area di influenza del sodalizio: come la vicenda relativa alla richiesta da parte del legale rappresentante di un’associazione sportiva di ricevere una quota del “premio alla carriera” riconosciuto dalla FIGC alla società calcistica Leverano (in virtù dei meriti sportivi relativi ad un giocatore cresciuto nella squadra militante nella lega dilettanti e passato in serie A nelle file del Torino),nella quale sarebbero intervenuti a suon di minacce Angelo Cosimo Calcagnile, Alessandro Iacono e Antonio Cordella.

Saranno queste alcuni degli episodi oggetto degli interrogatori di garanzia che si terranno nelle prossime ore davanti al giudice Cazzella, alla presenza degli avvocati difensori Massimo Bellini, Ladislao Massari, Cosimo D’Agostino, Luca Puce e Giuseppe De Luca.

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