Inchiesta case popolari, l'uso delle intercettazioni su Marti in Senato: chiesti nuovi atti

La Giunta chiede un’integrazione istruttoria per poter completare l’esame della domanda inoltrata il 29 settembre dal gip di Lecce Giovanni Gallo

Il senatore Roberto Marti

LECCE - E’ stata discussa oggi dal Senato la richiesta di autorizzazione all’utilizzo delle intercettazioni che riguardano il senatore leccese della Lega Roberto Marti, indagato per tentato abuso d’ufficio,  falso ideologico aggravato e tentato peculato. Ma l’esame non si è concluso, perché la giunta presieduta da Maurizio Gasparri ha approvato all’unanimità l’stanza avanzata dal senatore Pietro Grasso di un’integrazione istruttoria, in particolare, dei seguenti atti: l’elenco delle intercettazioni citato nella parte conclusiva dell’ordinanza ma non allegato al fascicolo e informazioni relative all’inchiesta sulle case popolari assegnate in cambio di voti, rispetto al quale il procedimento che riguarda Marti costituisce uno stralcio.

A inoltrare la domanda è stato lo scorso 29 settembre, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Lecce Giovanni Gallo che, nel febbraio di un anno fa, aveva inoltrato la stessa richiesta alla Camera, ritenendo fosse questa competente a decidere sulla questione, essendo Marti all’epoca dei fatti deputato, e basandosi anche su un caso analogo (quello di Luigi Cesaro).

Ma la Camera, dopo otto mesi, giunse a conclusioni differenti, rimettendo il fascicolo al gip, al quale però non è mai stato notificato: solo una nota del presidente Roberto Fico è giunta il 24 settembre scorso, ma al presidente del tribunale.

Il giudice Gallo ha comunque preso atto della decisione, ma sul punto non ha cambiato idea, tanto da mettere alcune osservazioni nero su bianco nella seconda richiesta inviata al presidente Maria Elisabetta Alberti Casellati, relative proprio al modo in cui andrebbe interpretata la norma che disciplina la materia (l'articolo 6, comma 2, della legge numero 140 del 2003): “Rimarcato che la garanzia costituzionale è posta in via primaria a tutela della Camera di appartenenza del singolo parlamentare, la competenza a decidere su una istanza di autorizzazione alla utilizzazione delle intercettazioni deve essere propria della Camera alla quale apparteneva il parlamentare al momento della commissione dei fatti (e della avvenuta intercettazione); è, infatti, la Camera alla quale appartiene il parlamentare ad essere tutelata dalla garanzia costituzionale e, come detto, tale garanzia solo in via indiretta si riverbera a favore del membro della Camera. Ne consegue che tale forma di garanzia in nessun modo può “seguire” il parlamentare, laddove lo stesso diventi membro di una diversa camera del parlamento;  e, allora, l'art. 6, comma 2, della legge n. 140 del 2003 - nel prevedere che l'autorizzazione all'utilizzazione delle intercettazioni “indirette” è data dalla Camera alla quale il parlamentare “appartiene o apparteneva” al momento in cui le conversazioni o le comunicazioni sono state intercettate – deve ritenersi riferito all'ipotesi (fisiologica) in cui il parlamentare, dopo l'esecuzione delle intercettazioni, abbia perso tale qualità e non alla ipotesi (del tutto eventuale ed eccezionale) in cui il parlamentare, successivamente ai fatti, sia diventato membro di una diversa Camera”.

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Intanto, incombe la prescrizione sull’episodio avvenuto nel 2015 che riguarda il senatore e coinvolge anche l’ex assessore Attilio Monosi e l'ex consigliere comunale Damiano D'Autilia (già consigliere comunale ed amministratore di Alba Service), relativo all’assegnazione di una casa confiscata alla criminalità organizzata e poi assegnata ad Antonio Briganti, fratello del boss della Sacra Corona Unita, Maurizio.

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