Case e voti, Marti davanti al gip si oppone all'uso delle intercettazioni

Nei prossimi giorni, il giudice Gallo deciderà se inoltrare al Senato la richiesta di utilizzazione delle conversazioni avute dal parlamentare con altri indagati, come richiesto dalla Procura

LECCE - E’ attesa per la prossima settimana la decisione del giudice per le indagini preliminari Giovanni Gallo se inoltrare al Senato la richiesta della Procura di utilizzare le conversazioni avute dal senatore della Lega Roberto Marti con gli altri indagati nell'inchiesta sui presunti illeciti nell’assegnazione delle case popolari. Il giudice oggi ha ascoltato le parti, i pubblici ministeri Roberta Licci e Massimiliano Carducci, e gli avvocati difensori Pasquale e Giuseppe Corleto. Era presente anche il politico leccese, l’unico per il quale si procede separatamente, essendo appunto parlamentare.

Due intercettazioni e alcuni sms, in particolare, riguardano la vicenda dell'assegnazione di una casa confiscata alla mafia, ad Antonio Briganti, fratello del boss della Sacra Corona Unita leccese Maurizio, e di cui rispondono (per tentato abuso di ufficio, falso ideologico aggravato e tentato peculato), l’ex assessore Attilio Monosi, l'ex consigliere comunale Damiano D'Autilia (ex consigliere comunale ed ex amministratore di Alba Service), Andrea Greco, Antonio Briganti e la moglie Luisa Martina. Secondo l’accusa, la richiesta di assegnare l’immobile al fratello del boss, che faceva parte del bacino elettorale dell’ex assessore Luca Pasqualini (indicato nelle carte come “delfino” di Marti), sarebbe partita dallo stesso Marti e da D’Autilia.

Il giudice dovrà valutare se ci siano i presupposti per considerare “fortuite” o “casuali” quelle intercettazioni, perché in caso contrario cioè, qualora fossero state “dirette” (compiute su utenze o in luoghi riferibili al parlamentare) o “indirette” (quindi disposte su utenze o in luoghi nella disponibilità di terzi, ma che mirano, comunque, a captare le conversazioni e le comunicazioni del membro del Parlamento) sarebbe stata necessaria l’autorizzazione “preventiva” della Camera di appartenenza.

Sul punto è stata chiara la Corte costituzionale con la sentenza numero 390 del 2007. In una successiva sentenza (la numero 114 del 2010), inoltre, la Corte ha chiarito che, per affermare o escludere la “casualità” dell’intercettazione che coinvolge il parlamentare, occorre considerare diversi parametri, quali la natura dei rapporti tra il parlamentare e il terzo sottoposto a intercettazione, il numero delle conversazioni che intercorrono tra questi due, l’arco di tempo entro il quale l’attività di captazione è avvenuta, anche rispetto a eventuali proroghe delle autorizzazioni e al momento in cui sono sorti indizi a carico del parlamentare. Ed è proprio su quest’ultimo aspetto che i difensori di Marti hanno fondato la loro opposizione all’uso delle intercettazioni: la sua iscrizione nel registro degli indagati è avvenuta nel 2017, ma le conversazioni risalgono al 2014.

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Che le argomentazioni della difesa abbiano spostato l’ago della bilancia? Sul punto il giudice Gallo aveva già preso una posizione nell’ordinanza di custodia cautelare del 7 settembre: “In nessun momento della fase investigativa l’obiettivo dell’attività di captazione è stato quello di accedere alla sfera delle comunicazioni del parlamentare, essendo risultato interlocutore occasionale dei soggetti indagati, tanto che solo all’esito della trascrizione e valutazione delle migliaia di conversazioni intercettate messe in correlazione con le poderose acquisizioni documentali effettuate si è potuto dare una compiuta ricostruzione del quadro indiziario coinvolgente il deputato, non a caso iscritto nel registro delle notizie di reato solo all’esito dell’informativa della Guardia di finanza del 17 marzo 2016, nel quale peraltro veniva riversata solo una parte delle intercettazioni essendo le altre in corso di analisi da parte della polizia giudiziaria tanto da costituire poi oggetto di successiva informativa depositata in data 30 novembre 2016”.

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Intanto, l’inchiesta per 47 indagati, tra i quali gli ex assessori Monosi e Pasqualini, l'ex consigliere Antonio Torricelli e il dirigente Pasquale Gorgoni, è arrivata al capolinea, con la richiesta di rinvio a giudizio che si discuterà il 14 febbraio dinanzi al gup Edoardo D’Ambrosio. L’unica posizione stralciata è stata quella dell’ex sindaco Paolo Perrone (che rispondeva di due episodi di abuso d’ufficio), nei cui riguardi potrebbe essere presto avanzata richiesta di archiviazione. Sono, invece, ancora in corso gli accertamenti degli inquirenti per altri 30 indagati, tra i quali l’ex sindaco Adriana Poli Bortone.

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