Vendetta del boss su donna e bimba di 2 anni. Nuova inchiesta “svela” gli assassini

Il 20 marzo del 1991 Paola Rizzello, caduta in un'imboscata, venne uccisa a colpi di fucile. La piccola Angelica fu barbaramente trucidata poco dopo. Già condannati in via definitiva i mandanti. Ora si stringe il cerchio sugli autori materiali

LECCE – Questa è la storia di uno dei delitti più atroci e crudeli mai avvenuti nel Salento. Una storia che riemerge a distanza di oltre vent’anni con un senso immutato di ferocia e crudeltà, che neanche l’oblio del tempo, da sempre panacea di ogni male, è riuscito a cancellare. La storia di una bimba di poco più di due anni, Angelica Pirtoli, ferita e lasciata agonizzante sul cadavere della madre. Poi, a distanza di qualche ora, afferrata per un piedino, quello già ferito, e sbattuta ripetutamente su un muretto a secco, come un pupazzo gettato via dopo un gioco perverso e crudele. Non sprecarono per lei neanche una pallottola.

Paola Rizzello (di appena 27 anni) e sua figlia Angelica furono uccise la sera del 20 marzo 1991. Un duplice omicidio legato alla criminalità organizzata e alla Sacra Corona Unita. Uno dei delitti di mafia più feroci, al pari del caso del piccolo Giuseppe Di Matteo, il figlio del collaboratore di giustizia Santino Di Matteo, rapito, strangolato e sciolto nell'acido l'11 gennaio del 1996, dopo 779 giorni di prigionia, a Palermo.

A distanza di quasi 23 anni la macchina della giustizia sembra finalmente stringere nei suoi complessi ingranaggi i presunti autori materiali di quel duplice terribile omicidio. Dopo la condanna all’ergastolo (divenuta definitiva dopo il pronunciamento della Cassazione nel 2003) dei mandanti di quell’omicidio: Luigi Giannelli, 56 anni; sua moglie Anna De Matteis, 52enne e Donato Mercuri, 51 anni, uomo di fiducia del boss Giannelli, una nuova inchiesta potrebbe scrivere la parola fine in questa terribile vicenda. Nel nuovo fascicolo di cui è titolare il sostituto procuratore Giuseppe Capoccia, compaiono i nomi del collaboratore di giustizia Luigi De Matteis, e di Biagio Toma, 46enne di Parabita (attualmente detenuto per altre vicende). Fu proprio De Matteis (cognato di Giannelli), in una lunga e spietata deposizione dinanzi ai giudici della Corte d’Assise di Lecce a giugno del 1999, a raccontare i particolari del duplice omicidio.

Paola Rizzello divenne l’amante di Giannelli nella prima metà degli anni Ottanta, ma dopo qualche tempo si legò a un altro uomo, uno del suo paese, Luigi Calzolari. Fu una storia breve perché nel 1985 Calzolari fu ucciso. Paola sospettò che a ordinare l’omicidio dal carcere fosse stato proprio Giannelli, e cominciò a fare domande in giro, a cercare di incastrare l’ex amante. Il boss scoprì quasi subito le sue intenzioni e decretò che quella ragazza doveva essere eliminata. Decisione inappellabile, secondo il codice di tutte le mafie, cui si aggiunse quella della moglie del boss, “Anna morte” che, scoperto il tradimento, prima affrontò la ragazza, la insultò e la minacciò, quindi disse che voleva vederla morta. Fu Mercuri a ricevere l’ordine di uccidere la Rizzello, con cui a sua volta aveva avuto una relazione, e ad attirarla in trappola la sera del 20 marzo 1991. La donna, che di lui si fidava, si presentò all’appuntamento con Angelica in braccio e salì a bordo della sua Alfa 75.

Mercuri affidò, secondo la ricostruzione del collaboratore di giustizia, a lui e a Toma il compito di portare a termine il progetto di morte. Condussero Paola Rizzello e la figlia in una casa nelle campagne di Matino, dove era stato nascosto un fucile. Il primo colpo raggiunse la 27enne all’addome, il secondo alla gola. La bimba fu ferita a un piede. I due assassini si sarebbero quindi allontanati dal luogo del delitto. Poi, su ordine dello stesso Mercuri (voi sapete cosa fare, avrebbe detto l’uomo) tornarono, perché a due anni e mezzo una bimba può parlare e soprattutto ricordare. Afferrarono Angelica e la finirono con una ferocia inaudita.

Il corpo della donna fu recuperato il 19 febbraio del 1997, all’interno di una cisterna in cui erano confluite le macerie della piccola casa di campagna demolita. Paola era stata gettata, come un fagotto, all’interno della vasca. Si dovette attendere altri due anni, fino al 5 maggio 1999, per ritrovare i resti di Angelica. Per otto anni la sua tomba fu un’anonima collinetta rocciosa spersa nelle campagne di Matino, ai piedi di un pino: un buco profondo due metri e ricoperto di terreno indurito dal tempo. Il corpicino era stato nascosto in un sacco di juta, un fagotto in cui mani feroci avvolsero il corpo di una bambina morta ad appena due anni e mezzo da chi, dopo averla rapita, non sapeva che cosa farne. Fu trovata a un paio di chilometri dalla vecchia cisterna dove avevano recuperato il corpo della mamma.

La nuova inchiesta nasce dunque interamente dagli atti processuali che hanno portato alla condanna dei mandanti del duplice omicidio. In quei faldoni si trova la ricostruzione e l’identità dei presunti autori di un delitto feroce. Dopo tanti anni e dopo essere passata su diverse scrivanie, l’inchiesta è tornata allo stesso pubblico ministero che coordinò le indagini che portarono alla condanna del boss e della sua spietata compagna, e del suo luogotenente. Fu proprio il sostituto procuratore Giuseppe Capoccia a raccogliere il “pentimento” di Luigi De Matteis e a dare, attraverso le sue dichiarazioni, una svolta alle indagini. Il cerchio sembra dunque stare per chiudersi. Per Angelica, vittima innocente delle spietate logiche della criminalità e sua madre Paola, potrebbe esserci finalmente giustizia. 

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