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Inchiesta su paziente morta per Covid-19 con 22 indagati, disposta la consulenza

Su incarico della Procura, il medico legale Roberto Vaglio dovrà stabilire se ci siano state negligenze da parte di medici e infermieri del “Fazzi” nei riguardi della paziente spirata il 2 novembre scorso

RUFFANO - E’ stata la mancata somministrazione dei farmaci per gravi patologie pregresse a incidere nel decesso di Abbondanza Antonia Marra, 73enne di Ruffano, avvenuto per Covid-19 nel reparto di Malattie infettive dell’ospedale “Vito Fazzi” di Lecce il 2 novembre scorso?

E’ questa la domanda alla quale dovrà rispondere il medico-legale Roberto Vaglio nell’ambito dell’inchiesta in cui è ipotizzato il reato di "responsabilità colposa per morte in ambito sanitario" nei riguardi di 22 “camici bianchi”, tra medici e paramedici, che ebbero in cura la donna.

Gli accertamenti finalizzati a chiarire se ci siano state negligenze da parte del personale ospedaliero riguarderanno la documentazione già confluita nel fascicolo, di cui è titolare il pubblico ministero Luigi Mastroniani, e altra se ritenuta necessaria, assodata l’inutilità di procedere con l’esame autoptico constata dallo stesso medico-legale.

In particolare, sotto la lente dell’esperto ci saranno la cartella clinica e la trascrizione delle conversazioni con medici e infermieri registrate dai familiari e che erano state presentate insieme alla denuncia sporta attraverso gli avvocati Alvaro e Antonio Storella, a sostegno della tesi, secondo cui la 73enne (affetta sin dal 1980 da una grave sindrome che l’aveva resa invalida civile al 100 per cento) fu privata di farmaci salvavita, ignorata delle condizioni iniziali di salute e curata con farmaci deleteri.

Stando ai querelanti, le notizie ricevute sarebbero state contraddittorie e false: “Dal contenuto dei colloqui telefonici intercorsi, risulta una particolare gravità nelle scelte terapeutiche praticate giacché, contrariamente a quanto assicurato dal suddetto personale, la terapia salvavita farmacologica che nostra madre doveva assumere necessariamente, non le è mai stata somministrata”. E, ancora, si legge in un successivo passaggio della denuncia: “La dottoressa si sarebbe limitata a comunicare che la paziente “anche se sensibilissima non è collaborante” senza che il personale medico desse alcuna importanza ai sintomi che intanto cominciavano a manifestarsi proprio a causa dell’astinenza e agli effetti dovuti all’interruzione della terapia seguita da decenni”.

La signora, risultata positiva al tampone, era stata ricoverata il 27 ottobre, dopo quattro giorni, era entrata in coma e dopo altri due il suo cuore cessò di battere per polmonite a focolai multipli da Sars Cov-2 con insufficienza respiratoria”.

Tutto questo poteva essere evitato? La risposta arriverà all’esito degli accertamenti che il medico legale svolgerà affiancato dai consulenti nominati oggi dalle parti, durante l’udienza per il conferimento dell’incarico.

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