Mercoledì, 4 Agosto 2021
Cronaca Via Brenta

Inchiesta sui palazzi di via Brenta, Adriana Poli si difende in tre mosse

Riconvocata dal giudice Stefano Sernia, la senatrice, ex sindaco ha risposto alle domande sulla delega a Naccarelli, sul leasing e mancata annotazione dei costi di canone. In caso di contraddizioni gli atti andrebbero alla Procura

LECCE – E’ stato, ancora una volta, il gran giorno della senatrice Adriana Poli Bortone nel processo sulla presunta truffa legata ai palazzi di via Brenta, attuale sede del polo civile della giustizia leccese. L’ex sindaco di Lecce è stata sentita come teste in quello che rimane uno dei processi più controversi della storia recente del capoluogo salentino, in cui la stessa amministrazione comunale, guidata dal sindaco Paolo Perrone e assistita dall’avvocato Andrea Sambati, si è già costituita come parte civile nei confronti alcuni imputati, tra cui alcuni degli ex uomini di fiducia dell’allora sindaco Poli Bortone. Tra loro, infatti, Massimo Buonerba, l'ex consulente legale della Poli; Ennio De Leo, ex assessore al Bilancio del Comune di Lecce, e Giuseppe Naccarelli, ex dirigente del servizio finanziario del Comune di Lecce.

Dinanzi al giudice Stefano Sernia, che ha chiesto di ascoltare la senatrice per chiarire alcune incongruenze evidenziate nella scorsa udienza, la teste ha ribadito che l’intero progetto è stato portato avanti nel pieno rispetto delle regole e delle norme.

In particolare le domande del giudice hanno riguardato la figura di Naccarelli, cui era stata attribuita la facoltà da potersi recare a Milano per la stipula del progetto. Una delega che potrebbe aver evitato che l’approvazione del progetto avvenisse in consiglio comunale. Un’ipotesi confutata dall’ex sindaco, che ha spiegato che l’iter era legittimo e in linea con gli interessi del Comune. Altro tema al centro dell’udienza la trasformazione del contratto di locazione con riscatto a quello di leasing. Trasformazione che sarebbe avvenuta ancor prima della comunicazione della commissione di manutenzione, come risulterebbe da alcune riunioni avvenute alla presenza dall’allora primo cittadino che, a suo dire, avrebbe saputo con alcuni giorni di ritardo della firma del suo collaboratore.

Riguardo alla mancata annotazione dei costi di canone per i palazzi nel bilancio di spesa, la teste ha spiegato che il periodo annoverato è al massimo di tre anni e non può comprendere tempi lunghi come quelli previsti per via Brenta. Le dichiarazioni della senatrice saranno vagliate dal giudice che, se dovesse riscontrare anomalie o contraddizioni, potrebbe anche decidere di trasmettere gli atti alla Procura.

adriana-poli-bortone-45-5Oltre a Buonerba, De Leo e Naccarelli, altri nove imputati sono Pietro Guagnano, legale rappresentante della Socoge; Maurizio Ricercato; Piergiorgio Solombrino, ex dirigente dell'ufficio tecnico; e Roberto Brunetti, tecnico dell'ufficio Patrimonio di Palazzo Carafa. Per tutti il reato ipotizzato è quello di falso e truffa ai danni dello Stato. Il Comune, come detto, si è già costituito parte civile in “considerazione del fatto che i reati commessi dagli stessi hanno recato gravi ed ingenti danni al Comune" e che pertanto occorre “concorrere alla affermazione di responsabilità degli imputati e ottenere il risarcimento dei danni subiti che si quantificano provvisoriamente in dieci milioni di euro, oltre interessi e rivalutazione monetaria”.

Secondo quanto ipotizzato dall'accusa (inizialmente il sostituto procuratore Imerio Tramis e successivamente il procuratore aggiunto Antonio De Donno), la truffa sarebbe stata ordita al fine di agevolare la Socoge, proprietaria degli immobili di via Brenta. Questa ha poi venduto i due complessi alla società Selmabipiemme, che li ha poi ceduti in leasing al Comune di Lecce. Le due società si sarebbero accordate per stipulare un contratto di leasing ben più oneroso del valore reale, proprio in previsione che il Comune subentrasse alla Socoge e dunque ne ereditasse le condizioni svantaggiose. Un contratto di leasing che impegnò l'amministrazione leccese a versare due milioni e mezzo di euro all'anno per 20 anni, oltre ad un riscatto di 14 milioni di euro. Nel mezzo cifre gonfiate e atti falsificati, tutto – secondo l'accusa – a scapito del Comune e di un danno patrimoniale di milioni di euro.

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