Inchiesta sullo sportello Antiracket, la Procura chiede tre condanne

Via al processo con rito abbreviato. La pena più alta è stata invocata per Laudisa, il responsabile del settore Economico Finanziario del Comune di Lecce, accusato di peculato: 3 anni e 4 mesi. A giugno, la sentenza

La sede dello sportello, nel rione Borgo Pace.

LECCE  - Si conoscerà il 28 giugno l’esito del processo, iniziato questa mattina, alle tre persone coinvolte nell’inchiesta sull’associazione antiracket di Lecce che avevano scelto e ottenuto di essere giudicate con il rito abbreviato. Stiamo parlando di Salvatore Laudisa, 52 anni, di Lecce, responsabile del settore Economico Finanziario del  Comune di Lecce, di Fabio Varallo, 40,  di Lecce, e di Cristian Colella, 42, di Brindisi. Per il primo, la pubblica accusa, rappresentata dai pubblici ministeri Roberta Licci e Massimiliano Carducci (titolari delle indagini), ha chiesto al gup (giudice per l’udienza preliminare) Alcide Maritati una condanna a 3 anni e 4 mesi di reclusione, per il secondo, 3 anni, per il terzo, 8 mesi. In particolare, il dirigente è accusato di peculato, per tre atti amministrativi che attesterebbero la sua compartecipazione ai presunti illeciti commessi nell’ambito della gestione dell’Associazione. In due ore di discussione, il difensore Luigi Covella ha cercato di dimostrare che invece l’attività di Laudisa sia sempre stata legittima: dei tre atti amministrativi “incriminati”, due sarebbero rimasti senza riscontri, eccetto un terzo, quello con cui fu emesso il mandato di pagamento alla ditta Saracino Costruzioni che si era aggiudicata i lavori per l’associazione.

Nello specifico, la spesa (di oltre 130mila euro) relativa all’esecuzione di questi lavori, eseguiti tra febbraio e marzo 2013, transitò nel bilancio dell’amministrazione comunale, dovendo essere invece liquidata alla ditta esecutrice direttamente dal Mef, su richiesta dell’Ufficio del Commissario straordinario del Governo, come imposto da alcune delibere, di cui però, secondo la difesa, Laudisa non fu mai informato. Oltretutto, il legale ha fatto presente che, stando alle carte dell’inchiesta, non emergono rapporti di alcun genere tra il dirigente e l’imprenditore Saracino.

Riguardo Varallo, invece, è finito al banco degli imputati perché sarebbe stato indicato falsamente come avvocato dello sportello antiracket di Brindisi, ma i suoi difensori (gli avvocati Paolo D’Amico del foro di Brindisi e Manfredo Fioromonti del foro di Latina) hanno sostenuto che l’accusa non solo non sia documentata, ma anzi smentita da carte, dove è indicata la presenza di Varallo nello sportello di Lecce. Per questo, i legali hanno invocato l’assoluzione con formula piena, come pure hanno fatto per Colella. Questi è accusato di falso, per aver attestato di aver partecipato  a una commissione per la selezione di un collaboratore che non si è mai riunita. Secondo la difesa, quel verbale non ha valore, non producendo effetti di alcuna natura, poiché mai fu richiesto dal Ministero.

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Il 28 giugno la parola passerà al giudice Maritati che emetterà la sentenza. E’ invece ancora tutto da scrivere il processo col rito ordinario, inerente la stessa inchiesta, e che conta più di venti imputati.

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