Lunedì, 14 Giugno 2021
Incidenti stradali

"L'esplosione inattesa, la corsa per salvare la pelle". Il racconto dell'agente ferito

Giacomo Chiratti, di Copertino, era a Borgo Panigale. Con il collega ha sgombrato la strada. Per poi rimanere investito dall'onda d'urto. Lo strano destino che lo lega a Riccardo Muci

Certe scene pensi che le vedrai in vita tua soltanto nei colossal di Hollywood. Bruce Willis o chi per lui che scappa da un’esplosione imminente, alle spalle una miriade di effetti speciali. Non pensi che possa accadere davvero e che il protagonista sarai tu. Alle tue spalle, che sembrano prendere fuoco,  come avere gli artigli di Satana che provano a ghermirti, effetti tutt’altro che speciali. Intorno, non lo skyline di New York, ma i palazzi di Bologna che vedi ogni giorno passando con la tua auto, tutto d’un tratto così poco rassicuranti. Sembrano vibrare nell’aria distorta da un calore mai provato prima, mentre il boato riempie le orecchie e diviene per un istante l’unico suono riconoscibile per decine di chilometri.  

Giacomo è stato nella pancia dell’inferno e tuttavia ha salvato la pelle. Lo ripete più volte, durante l’intervista. “Quella pelle che noi poliziotti ogni giorno dobbiamo portare a casa”. E fa niente se è rimasta bruciata. Può raccontare questa storia e riabbracciare i suoi cari. Ed è l’unica cosa che conta. Accanto c’è Antonella, la sua fidanzata. Lui ha lo sguardo sospeso a metà fra la tensione di chi non ha ancora smaltito quella scarica violenta di adrenalina che gli ha fatto mettere le ali a piedi, e l’incredulità per esserne uscito vivo. Nei suoi ricordi, sta ancora correndo con il suo collega Manuel per non essere afferrato dal fuoco. Lei ha la voce rotta da emozioni contrastanti, come se si fosse appena svegliata da una di quelle notti di incubi concatenati che solo a ripensare a certe visioni, vengono i brividi.  

Senza titolo-1-13-45Giacomo Chiriatti, 29 anni, di Copertino, è agente di polizia stradale. Lavora presso la Sottosezione autostradale di Bologna Sud. Ed è stato uno dei primi soccorritori a raggiungere il punto di Borgo Panigale, alla periferia di Bologna, dove l’esplosione di un’autocisterna contenente Gpl ha provocato un morto, centinaia di feriti, danni per milioni di euro. Una scena paragonabile agli atti più efferati di terrorismo. E invece, solo il frutto di un “banale” incidente, il più classico dei tamponamenti. Dalle conseguenze, però, devastanti. La differenza, l’ha fatta il carico infiammabile.  

Giacomo e Manuel (Emanuele Cascella, della provincia di Napoli) quel giorno avevano il turno nella fascia dalle 7 alle 13. Stavano per smontare, quando sono stati attratti da un’immensa nube nera, visibile a decine di chilometri di distanza. “Manuel, corri, è successo qualcosa di gravissimo”, ha detto Giacomo al collega. La volante ha iniziato quasi a planare sull’asfalto. E in pochi minuti, si sono ritrovati nel mezzo di un disastro di proporzioni immani.

A circa 4 chilometri hanno iniziato a lavorare per bloccare il traffico. Mentre si affollavano vigili del fuoco e ambulanze. Hanno parcheggiato l’auto e hanno cominciato a correre, per allontanare tutti. C’erano centinaia di persone, auto e camion in coda. A Giacomo sono rimaste impresse le targhe straniere dei turisti. Poi, una visione inquietante. Un uomo s’è fatto avanti in mezzo al fumo. Torso nudo e pantaloncini, il corpo consumato di bolle per le ustioni. Ha spiegato di essere il camionista tamponato.

E’ stato come vedere un punto esclamativo camminante. “In quel momenti ci siamo dati fare ancora di più”, ricorda. Così, mentre lui e Manuel avanzavano verso l’epicentro del disastro, tutti gli altri indietreggiavano. In sette-otto minuti, urlando, sgomitando, indicando le vie di fuga,  hanno  creato una zona franca che sarebbe servita dopo anche per i soccorritori. Erano ormai a 200, massimo 300 metri dall’incendio. Si sono voltati e hanno visto il deserto dietro di loro. Decine di corsie libere. Poi, il boato. “Nessuno se l’immaginava”. Non sapevano ancora che c’era una cisterna carica di Gpl davanti a loro.

“Mi sono guardato negli occhi con Manuel e abbiamo iniziato a correre. Correre per salvare noi, la cosiddetta pelle, che ogni giorno noi poliziotti dobbiamo portare a casa. Ci sentivamo ardere, ci sentivamo le fiamme, il fuoco addosso. Sinceramente ho avuto paura che non potessi stare oggi a raccontarlo. Le conseguenze, sono ben visibili. Ustioni di secondo grado agli arti e di primo grado in testa. Però siamo salvi”.

Senza titolo-1-13-46Poi ci sono le storie di vita che s’intrecciano. Strani destini catapultati nel ventre della cronaca. Mentre Giacomo correva per sfuggire al fuoco, proprio sotto il cavalcavia, un altro copertinese, anch’egli poliziotto, si che adoperando alla stessa maniera, si è ritrovato in condizioni quasi disperate. Era Riccardo Muci, al momento ancora ricoverato nel Reparto grandi ustionati dell’ospedale di Cesena. Prima di questa disavventura, Giacomo e Riccardo si conoscevano solo di vista. “L’ho scoperto dopo, di lui. Lunedì sera tardi. Ci siamo chiamati e abbracciati idealmente. Il destino ci ha voluti insieme, io sopra, lui sotto il cavalcavia”.

Ma il pensiero di Giacomo, com’è ovvio che sia, torna subito dopo a Manuel, che chiama affettuosamente “fratellì”. Perché è vero. Fra colleghi di pattuglia spesso s’instaura un rapporto tale che si diventa come fratelli. E quando si vivono e condividono emozioni di tale impatto, i rapporti si cementano ancor di più. Così, lo cerca per telefono e gli dice: “Se in diretta su Lecceprima”. E Manuel racconta la sua porzione di storia. Ricorda il lavoro per portare in salvo le persone, molte bloccate per la paura, altre con i cellulari in mano per riprendere le scene. E poi la fuga disperata, quando l’esplosione li ha quasi investiti e le magliette si scioglievano addosso alla pelle.

Infine, Antonella. Il suo è il racconto di chi, dall’altra parte d’Italia, non riesce ad avere notizie. Telefonate a vuoto, messaggi che non arrivano. Poi, quelle notizie non verificate, postate a casaccio sui social, che già volevano due poliziotti morti nell’incendio. Ha vissuto ore di ansia e confusione indescrivibili, in casa, a Copertino. “Me lo sentivo che era successo qualcosa”. Ma quando finalmente è riuscita a parlare con Giacomo, il mondo ha ripreso colore. “Sono stata molto male”, dice. Ma poi le lacrime si sciolgono in un sorriso liberatorio e un bacio sulle labbra dice che sì, siamo vivi, siamo ancora qui. E possiamo raccontarvelo.

Qui l'intervista integrale nel video di Antonio Quarta

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