Morì per incidente stradale, il gip non archivia: "Si nomini un perito tecnico"

Sandro Sabella di Galatina spirò a 39 anni nel novembre del 2016. Per la Procura il conducente dell'altro mezzo, deferito per omicidio stradale, non aveva alcuna colpa. Ma il giudice ha rilevato un'incompletezza nelle indagini

LECCE – Occorreranno ulteriori indagini per sperare di fare chiarezza, in modo definitivo, sull’incidente che, nel primo pomeriggio del 17 novembre del 2016, costò la vita a un 39enne di Galatina, Sandro Sabella. Un caso per il quale è indagato Fabio Giuseppe Barbato, operaio di 27 anni, anch’egli galatinese. Lo scontro si verificò sulla provinciale fra Galatina e Collemeto e coinvolte la Lancia Musa condotta da Sabella e il furgone Ford guidato da Barbato, che viaggiavano in senso opposto.

Era sta richiesta l'archiviazione

La Procura, il 19 gennaio dello scorso anno, aveva richiesto l’archiviazione, alla quale si sono opposti i parenti di Sabella. E nelle scorse ore il giudice per le indagini preliminari, Edoardo D'Ambrosio, ha sciolto le riserve. Non avendo elementi sufficienti né per archiviare, tantomeno per formulare un’imputazione coatta, ha rimandato gli atti al pubblico ministero, chiedendo in particolare due cose: nominare un consulente tecnico d’ufficio per uno studio più approfondito della dinamica e stabilire, per quanto ancora sia possibile oggi, se Sabella sia morto a seguito del primo impatto, avvenuto contro un muretto a secco, o del secondo, nel momento in cui l’auto si è scontrata con il furgone. Un nodo fondamentale da sciogliere, quest’ultimo, perché ne potrebbe discendere una responsabilità di Barbato che finora la Procura non ha riscontrato.

L’archiviazione era stata richiesta, infatti, poiché in base alle ricostruzioni che evidentemente il giudice ha ritenuto incomplete, si era supposto che il furgone di Barbato avesse subito in modo passivo gli effetti dello scontro con l’auto di Sabella, senza poter quindi fare nulla per evitare l’evento. Il gip ha rilevato, fra le altre cose, che probabilmente il furgone stesso viaggiava a velocità superiore rispetto al consentito.

Nel tratto in cui si verificò lo scontro (una strada peraltro molto stretta), il limite era di 50 chilometri orari. Ma il gip D’Ambrosio, nella sua ordinanza, ha menzionato come sia stato lo stesso Barbato a dichiarare, poco dopo l’incidente, di muoversi a circa 80 chilometri orari, ponendo l’accento anche sui rilevanti danni riportati dai due veicoli che fanno ragionevolmente pensare a una forza d’urto notevole.

Ma il giudice chiede la nomina di un perito

Per il giudice, allo stato attuale non è ancora stato chiarito dunque un nesso causale fra la condotta di Barbato e la morte di Sabella, ritenendo fondamentale una ricostruzione della dinamica a opera di consulente tecnico che adotti criteri scientifici, visto che per ora tutto si basa su rilievi e deduzioni degli agenti di polizia stradale che intervennero quel giorno. E potrebbe essere fondamentale stabilire il momento esatto in cui si è determinata la morte del malcapitato.

Il primo urto, infatti, fu su un muretto a secco e il secondo sul furgone. Fu già nell’impatto iniziale che il 39enne si procurò ferite letali? O sarebbe rimasto in vita se non vi fosse stato lo scontro successivo con il furgone? Bisogna anche considerare che una donna, la prima testimone del fatto, dichiarò che quando arrivò sul posto, Sabella era ancora vivo. Insomma, tanti elementi concorrenti che forse solo un tecnico, con un’applicazione delle leggi della fisica, potrebbe riordinare, fino a produrre un quadro chiaro dell’incidente.  

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Nella precedente udienza, i famigliari della vittima, che si sono costituiti parte civile con gli avvocati Cinzia Stefanizzi, Salvatore e Vanessa Mengoli, avevano depositato una consulenza di parte proprio nella speranza di riaprire il caso. Confidava, invece, in un’archiviazione, sulla base dei riscontri finora svolti, l’avvocato Antonio Malerba, che difende Barbato. Vi sono ora altri sei mesi per disporre le perizie e raggiungere le conclusioni.  

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