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Cronaca

La 167 piegata ai voleri del clan: pizzo da 50 euro al dì nelle partite di calcio e festa patronale

Un’indagine durata quasi due anni, nella quale la squadra mobile ha raccolto le intercettazioni. Un gruppo criminale capace di rigenerarsi reclutando nuove leve, nonostante le vecchie operazioni di polizia giudiziaria. La comunità del rione sotto il loro controllo

LECCE – Come l’Araba fenice il clan si è rigenerato, rinascendo dalle proprie ceneri. Non c’è colpo, non c’è operazione di polizia giudiziaria (Final Blow su tutte) che, oltre ad averlo infiacchito, sia riuscita definitivamente a spazzarlo via. E soprattutto non c’era cosa che, nel quartiere, non si muovesse senza il suo placet. L’associazione criminale che orbita attorno ai Briganti - resiliente, indistruttibile - sarebbe stata l’incontrastata burattinaia che avrebbe mosso i fili e gli affari della zona 167 B di Lecce.

Un intero rione sotto l’egemonia del sodalizio che avrebbe tenuto sotto scacco gli stessi membri del gruppo, estorcendo denaro ai commercianti, ai parcheggiatori abusivi dello stadio durante le partite del Lecce calcio e agli ambulanti durante la festa patronale. Come ha sottolineato Antonio Miglietta, a capo della Divisone criminalità organizzata della mobile durante la conferenza stampa in questura: “Una forte capacità di riaggregare il gruppo, di rinfoltire le fila arruolando nuove leve come si legge tra i nomi degli arresti di oggi”.

L'indagine condotta dalla squadra mobile leccese

Il blitz eseguito nelle ultime ore dalla squadra mobile di Lecce e denominato "Game over" certifica il totale controllo del clan su una comunità costretta a subire la prepotenza intimidatoria e orientata al contempo a beneficiare di una “protezione“ sociale in perfetta tradizione mafiosa. L’attività investigativa, coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia fa riferimento a un lasso di tempo compreso tra il 2019 e  la seconda metà del 2021 (quando la squadra mobile era ancora diretta dal vicequestore Alessandro Albini, ndr). Le 17 ordinanze di custodia cautelare scattate all’alba - su disposizione del gip del Tribunale di Lecce Marcello Rizzo e su richiesta della pm Giovanna Cannarile - sono il frutto di una serie di accertamenti tecnici, intercettazioni soprattutto, che hanno portato alle accuse di 416 bis, estorsione, traffico di sostanza stupefacenti e violazione della normativa sulle armi.PHOTO-2022-04-08-12-17-46_3-2

Nell'autunno del 2019, infatti, in un casolare lungo la via per San Cataldo, erano stati rinvenuti kalashnikov, una mitraglietta, svariate munizioni e pistole. Armi riconducibili ai componenti del clan Briganti, si sarebbe detto in un secondo momento. Ma non solo proiettili e kalashnikov.

Il video: quasi due anni di indagini della squadra mobile

Gli inquirenti hanno rinvenuto, in più tranche, un maxi quantitativo di sostanza stupefacente. Svariate decine di chilogrammi tra cocaina e hashish. Mentre ammonta a oltre un quintale la quantità di marijuana sequestrata durante le varie attività degli ultimi mesi. La vendita della droga sarebbe stata gestita in città in sinergia con il clan continuo, il Pepe-Penza.

Il business era però anche e soprattutto un altro: quello delle estorsioni. Con il “pizzo preteso non solo per una questione di “autofinanziamento”, quanto per esercitare il predominio, il potere. Cinquanta euro al giorno sarebbe stata all’incirca la gabella imposta a ogni commerciante e ogni parcheggiatore abusivo durante le partite del Lecce nei pressi dello stadio. Per gli ambulanti che vendevano vivande o merchandising, quella dunque la tassa giornaliera da versare nelle casse del clan. E non è tutto. Per ogni dì di festa o sagra inoltre, si pensi a quella del Santo Patrono, identica procedura. Una somma totale ricavata di poco meno di duemila euro al giorno. Non esorbitante, ma sufficiente per ricordare appunto “chi comanda qui”.

Vi sarebbero state diverse ritrosie tra gli esercenti a denunciare. Ma agli investigatori della mobile le conferme a un certo punto non servivano più: i riscontri di natura tecnica si sono rivelati determinanti per avere certezza della prassi e delle abitudini insane e illecite di quella comunità. L’assoggettamento dei residenti al clan Briganti, peraltro, sarebbe emerso anche sotto altri aspetti. Gli abitanti della zona 167 B sarebbero stati soliti consultare i membri del clan anche per risolvere piccole beghe.  

Come nell’episodio della madre di un minorenne che, avendo commesso reati di poco conto, era stato fermato dalla polizia. Il genitore non ha interpellato un referente del clan per confrontarsi su come gestire la vicenda giudiziaria. Lo avrebbe fatto semmai per scusarsi per l’azione del figlio. Un ragazzino che si era persino permesso di agire senza il benestare del gruppo criminale. In tutta risposta il referente dei Briganti avrebbe fatto intendere che nella loro comunità non erano ammessi “cani sciolti”, ma che non sarebbero stati intrapresi provvedimenti nei confronti del minorenne. Come dire: questa volta sarà graziato. Forse la prossima non più.

L'efferatezza del resto è una prerogativa del clan Briganti, come ha sottolineato il vicequestore Pasquale Testini, neo comandante della squadra mobile: “Una organizzazione ben armata dove la violenza non era presente soltanto nei confronti dei soggetti esterni al clan, ma anche verso quelli interni. In alcuni casi sarebbero arrivati persino a impossessarsi delle auto di coloro che non avevano ancora pagato le partite di droga, per poi incendiarle”. Ma Lecce non è fuori controllo. Ci ha tenuto a sottolinearlo il questore del capoluogo salentino, Andrea Valentino. “Sappiamo che non è la Svizzera: ma se la criminalità organizzata in questo capoluogo di provincia continua a esistere, è altrettanto vero che ci siamo anche noi”.

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