Lunedì, 21 Giugno 2021
Cronaca

Diciotto colpi precisi, si lavora sulla pista di freddi killer professionisti

Si scava nel passato di Augustino Potenza, alla ricerca di chi potrebbe aver voluto chiudere i conti di una partita criminale. E De Donno traccia un possibile profilo degli assassini

Il procuratore aggiunto Antonio De Donno ripreso sul luogo dell'omicidio.

LECCE – “Al momento è prematuro fare qualsiasi ipotesi o considerazione, stiamo lavorando su ogni traccia e ogni dettaglio. Si tratta di un omicidio inaspettato per modalità e tipo di esecuzione”. Il procuratore aggiunto Antonio De Donno, titolare dei procedimenti che riguardano la Direzione distrettuale antimafia, è da circa 48 ore al lavoro per fare luce sull’omicidio di Augustino Potenza, il 42enne assassinato mercoledì pomeriggio nel parcheggio di un centro commerciale a Casarano.

Sulla scrivania nella sua stanza, adiacente a quella del procuratore Cataldo Motta, al secondo piano degli uffici giudiziari di viale De Pietro, il magistrato (titolare del fascicolo con il collega Guglielmo Cataldi), oltre alla solita mole di carte e fascicoli, c’è anche il primo incartamento sul delitto che ha scosso il Salento, riportandolo indietro agli anni delle faide sanguinarie della Scu. Occhi cerchiati di stanchezza e modi gentili come sempre, l’aggiunto interrompe per un paio di minuti il lavoro, per spiegare che al momento è difficile fare luce su un omicidio che può avere più matrici. Poi, si tuffa nuovamente nelle carte, tra vecchie sentenze, informative, report degli analisti informatici e  schede.

Un elemento, però, sembra già essere stato accertato, a sparare è stato un killer professionista. Una tesi confermata da vari elementi: la scelta dell’arma, un Kalashnikov; la distanza da cui sono stati esplosi i colpi, meno di due metri; la precisone, tutti i colpi, circa 18, hanno colpito l’auto o la vittima; la rapidità d’esecuzione; la perfetta conoscenza del luogo dell’agguato e delle vie di fuga; il fatto che il mezzo utilizzato non sia stato ancora ritrovato; orario e luogo prescelto, in un luogo affollato e trafficato, sintomo che all’agguato si voleva dare una  platealità e una risonanza ben delineata, con un messaggio e una firma ben precisi. A sparare potrebbe anche essere stato qualcuno venuto da fuori, una coppia di sicari ingaggiati per compiere un delitto su commissione.

IMG_8189-2Le indagini proseguono a ritmo incessante, i carabinieri del comando provinciale e del Ros, stanno analizzando ogni minimo dettaglio e ogni singola traccia. Partendo dall’ora del delitto, le 18 circa del 26 ottobre, per risalire indietro nel tempo, fino alla fine degli anni Novanta, quando un giovanissimo Potenza era stato accostato al clan capeggiato da Vito Di Emidio, brindisino, uno dei criminali più spietati e feroci della storia criminale.

Era stato lo stesso boss, che aveva deciso di collaborare pochi giorni dopo la cattura, ad accusare la vittima di aver fatto parte del suo “gruppo di fuoco”. In particolare, di un duplice omicidio (quello dei coniugi Fernando D’Aquino e Barbara Toma, freddati a colpi di fucile mitragliatore il 5 marzo del 1998), legato secondo gli inquirenti alla mancata spartizione del denaro proveniente dalle rapine, centinaia di milioni delle vecchie lire. Erano anni in cui i conti si regolavano a suon di Kalashnikov, senza possibilità d’appello, secondo la feroce legge criminale imposta da “Bullone”.

Un cliché che sembra riproporsi a distanza di anni, quasi che qualcuno abbia voluto punire Potenza per non aver rispettato dei patti. Per questo si scava nel passato della vittima. Escluso Di Emidio, fuori dai giochi da circa quindici anni, si cerca di ricomporre nomi e vecchie alleanze, volti di un passato criminale da cui è difficile allontanarsi. Magari di chi ha lasciato il Salento e si è visto scalzato, oppure non ha ottenuto ciò che a suo dire gli spettava. Ipotesi, congetture su cui lavorano investigatori e inquirenti, per un delitto che ha alzato di molto il livello di pericolosità criminale alle nostre latitudini. 

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