Cronaca

Ilaria Cucchi e il cammino verso la verità: "Sempre a testa alta"

La sorella del 32enne romano deceduto mentre era in custodia cautelare ha partecipato a un incontro davanti a centinaia di persone. Con lei l'avvocato che assiste la famiglia in una dura battaglia per l'accertamento dei fatti

Ilaria Cucchi e Fabio Anselmo.

LECCE – “Non ho mai pensato che Stefano non dovesse essere arrestato”. Ilaria Cucchi sgombra subito il campo dai luoghi comuni che artificiosamente hanno segnato per anni il dibattito virulento seguito alla morte del fratello, come se la scelta di campo fosse stare con o contro le forze dell’ordine: una visione manichea alla quale hanno contribuito in tanti e da diverse angolazioni, in maniera strumentale, ma che poco dice delle reali questioni di fondo insite in quella come in molte altre drammatiche vicende.

Quello che Ilaria Cucchi, impegnata in direzione ostinata e contraria insieme all’avvocato Fabio Anselmo, si chiede è come sia stato possibile che il fratello passasse davanti agli occhi di 140 rappresentanti dello Stato – militari e civili – senza che nessuno si rendesse conto di dover intervenire per quello che era realmente accaduto dopo il suo fermo per detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti, il 15 ottobre del 2009.

Questo e molti altri inquietanti interrogativi hanno attraversato l’incontro – ieri sera all’Hotel President - organizzato dall’associazione “Diffondere idee di valore” per la rassegna “X-Off - conversazioni sul futuro” e moderato dal giornalista del Tgr Puglia Fulvio Totaro. Il caso di Stefano Cucchi, dal punto di vista giudiziario, appare ad una svolta: la procura di Roma ha aperto una nuova inchiesta che chiama direttamente in causa alcuni dei carabinieri che hanno tenuto in custodia il 32enne romano dopo il suo fermo. In precedenza la sentenza d’appello aveva sancito l’assoluzione piena per tutti gli imputati, personale sanitario e agenti di polizia penitenziaria, ma la Corte di Cassazione ha parzialmente annullato la sentenza disponendo il rinvio.

La vicenda di Cucchi, grazie alla perseveranza della sorella, è diventata questione molto dibattuta nell’opinione pubblica perché interroga il rapporto tra comuni cittadini e rappresentanti dello Stato nell’esercizio delle loro funzioni, messo in crisi – come dimostra la cronaca – da numerose altre storie, come quella del giovane Federico Aldrovandi. Più in generale la questione investe anche il tema della tenuta democratica del Paese e della reale tutela dei diritti costituzionali che non possono essere sospesi da nessuno nemmeno in caso di commissione di un reato.

Poco prima dell’incontro, al quale hanno assistito almeno 300 persone tra cui molti studenti e una delegazione degli ultras del Lecce che ha esposto uno striscione di solidarietà e intonato il coro "Siamo tutti Stefano Cucchi", Ilaria Cucchi ha risposto alle domande di LeccePrima.

Dopo un periodo così lungo, fatto anche di pressioni e campagne mediatiche estenuanti, dove si trova la forza di credere ancora alla giustizia e di cercarla nei luoghi dello Stato?

Si fa perché dopo non essersi mai fermati nemmeno per un solo istante per sei anni, finalmente si apre uno spiraglio di verità. In fondo credo di avere, e  mio fratello prima di me, diritto ad avere giustizia, perché di giustizia è morto. Oggi finalmente siamo vicini a un punto di svolta: non ci sentiamo più da soli, abbiamo la procura di Roma al nostro fianco e per me questo ha un significato enorme. Chiaramente restano i motivi di preoccupazione: ancora una volta il processo è in mano ai periti e sappiamo che in passato hanno condizionato in maniera negativa la ricostruzione.

La drammatica vicenda di Stefano ha radicalizzato l’opinione pubblica. Cosa ti senti di dire a coloro che pensano che l’unica risposta possibile sia lo scontro?

La violenza è quella che ci ha portato via i nostri familiari. Io non risponderei mai con la violenza. Quello che posso dire è che, se anche sembra impossibile, a piccoli passi le cose possono cambiare. Il nostro, come tanti altri, era un processo che non sarebbe dovuto nemmeno iniziare eppure siamo andati avanti nonostante le difficoltà, nonostante sapessimo di essere soli contro tutto e tutti in un processo che è diventato una vera e propria battaglia, perché di questo stiamo parlando. Io e i miei genitori tutti i giorni entravamo a testa alta in quell’aula nella consapevolezza di essere gente per bene, gente che aveva affidato Stefano allo Stato e che dallo Stato se lo è visto restituire in quella maniera. E quelle stesse istituzioni, dopo averci tolto un familiare, ci hanno lasciato soli. Noi sapevamo di essere nel giusto, non abbiamo mai nascosto nulla, mai mentito, non abbiamo mai voluto fare di Stefano un santo o un eroe semplicemente perché non lo era: era un ragazzo come tanti che una sera è uscito di casa, è stato arrestato e poi ha fatto la fine che tutti sanno. Noi ci aspettiamo che lo Stato sia capace di giudicare se stesso.

In questo lungo e angosciante periodo ci sono stati segnali che ti hanno spinto a credere di poter aprire una breccia nel muro che ti sei trovata davanti?

Se da un lato ci sono state tante manifestazioni più o meno evidenti da parte dei sindacati delle forze dell’ordine che io definisco dei veri e propri insulti a noi e ai nostri familiari, dall’altra devo dire che tante persone ci hanno dichiarato la loro solidarietà: me ne viene in mente uno, un agente di polizia, si chiama Francesco Nicito, che subito dopo la sentenza ha scritto una lettera molto bella alla mia famiglia. Sebbene venga accusata di istigare all’odio nei confronti delle forze dell’ordine, io faccio tutt’altro, io sono perfettamente consapevole che ci sono tantissime persone per bene. Quello che mi chiedo è perché queste persone non prendono le distanze da coloro che sbagliano? Perché un attimo dopo questi soprusi si alza il muro di omertà, di copertura che fa sentire, come dire, legittimati gli autori a commetterli? Perché non si ragiona sul fatto che non sono io a infangare l’onore delle forze dell’ordine ma sono i loro stessi colleghi che sbagliano?

Con l’apertura della nuova inchiesta, credi che siano stati superati gli ostacoli principali verso il reale accertamento dei fatti?

La procura di Roma ha fatto un lavoro enorme: ha ricostruito momento per momento quella notte, ha introdotto in questo lunghissimo percorso la verità che non era mai entrata in gioco. Basti pensare che tutto il primo processo è stato su Stefano. Abbiamo perso più tempo a parlare di lui, della sua magrezza, del suo carattere, dei rapporti familiari. Oggi finalmente si parla della verità ed è una verità sconcertante, dolorosa sapere che delle persone anche fisicamente così diverse si sono accanite su di lui fino a ridurlo in quel modo.

E’ doloroso scoprire che a distanza di sei anni, non solo non sono pentite, ma addirittura se ne vantano, tentano un nuovo processo contro Stefano: quelle stesse persone che davanti al giudice e un pubblico ministero raccontavano che quella notte tutto si era svolto in maniera tranquilla, che lui era simpatico e scherzoso, oggi descrivono una situazione diversa, che era un grande spacciatore e addirittura minacciano noi perché dicono che non hanno raccontato quello che Stefano avrebbe detto loro dei rapporti in famiglia. Ecco io sono preoccupata perché io il processo a Stefano l’ho vissuto, non intendo stavolta porgere l’altra guancia. Adesso il processo va fatto ai responsabili della sua morte e con la procura al nostro fianco sono certa che questo avverrà. Nessun perito potrà impedirlo.

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