Cronaca

Mafia e antimafia, il coraggio di andare oltre. Intervista al direttore di Telejato

Pino Maniaci è stato a Lecce, ospite di Terra del Fuoco – Mediterranea. Minacciato di morte, picchiato, continua insieme ai suoi familiari a gestire un’emittente del Palermitano che si scaglia contro i mafiosi e che non le manda a dire proprio a nessuno

Pino Maniaci, a Lecce.

LECCE – Pino Maniaci è il direttore di Telejato, definita la tv più piccola del mondo con la quale porta avanti una missione: quella di spingersi dove gli altri non possono o non voglio arrivare, al servizio del dovere di informazione.

Insieme alla moglie e ai figli porta avanti un emittente in un contesto geografico particolare: Corleone, Cinisi, San Giuseppe Jato, Alcamo, Partinico e altri comuni del Palermitano dove la presenza mafiosa, anche di quella agraria tiene a specificare, è forte e radicata.

Minacciato, picchiato selvaggiamente, vittima di intimidazioni di ogni genere – tra cui auto bruciate e due cani impiccati -, ha sempre rifiutato la scorta perché per un giornalista sarebbe una misura incompatibile con la libertà di movimento, ma ha dovuto accettare la tutela dei carabinieri che ogni giorno cercano di proteggerlo: tutte le mattine, ad esempio, un militare dell’Arma mette in moto la macchina di Pino: “Se va tutto bene me la dà, se salta in aria sono il primo a dare la notizia” dirà pochi minuti dopo questa intervista ai ragazzi di Terra del Fuoco – Mediterranea, che si sono ritrovati ieri alle Manifatture Kons per l’apertura dell’anno sociale.

L’ironia, del resto, è un antidoto fenomenale a quella sensazione di precarietà che inevitabilmente lo accompagna nella sua vita quotidiana. Pino Maniaci è una persona dall’energia travolgente, per certi versi bizzarra, e non la manda a dire a nessuno: fa nomi e cognomi e ne paga le conseguenze, rompe gli schemi e non gliene importa nulla di toccare argomenti, come la responsabilità civile dei magistrati, sensibili a un certo tipo di politica e di opinione pubblica che pure hanno fatto della lotta alla mafia un vessillo.

E’ un cacciatore infaticabile di notizia che crea divisioni anche all’interno della professione: contesta l’esistenza dell’Ordine dei giornalisti, ma è punto di riferimento per molti cronisti. Non esita a parlare di isolamento, anche da parte di giornalisti che conducono i principali programmi di approfondimento, ma non intende mollare la presa. Ne vale la pena, gli chiederà una ragazza alla fine del dibattito? “Penso di sì, che ci sto a fare altrimenti se non per provare a lasciare ai miei figli e ai miei nipoti un mondo migliore”?

Tempi duri, i nostri, per il giornalismo d’inchiesta?

“Io sono del parere che non c’è più il giornalismo d’inchiesta di una volta, quello che si dovrebbe fare visto ciò che accade in certe zone del Meridione, soprattutto. Vedete, la mafia oggi è un problema di tutti, internazionale, ma va affrontato alla radice. Se siamo in Puglia parliamo di Scu, se siamo in Calabria di ‘ndrangheta, poi se il Nord è tutto inquinato e non riescono a capire cosa sta succedendo, diventa un problema nazionale. La questione è proprio nella stampa, nei media che non ne parlano. Addirittura sembra un argomento tabù e se poi andiamo a fare delle inchieste e si toccano dei gangli, come i tribunali, allora diventa tutto più complicato”.

“Per noi è stato difficile parlare e far emergere il verminaio che c’era dentro il Tribunale di Palermo nelle misure di prevenzione e sulle inchieste sui beni sequestrati. Se l’informazione vuole non è il quarto potere. Il primo potere per me sono il Consiglio Superiore della Magistratura e l’Associazione Nazionale Magistrati che decidono anche sulla politica. Questo non significa essere contro i magistrati: noi facciamo nomi e cognomi, puntiamo il dito e non generalizziamo. Se facciamo emergere che in un pezzo del tribunale di Palermo, in prima linea, c’è stato un cerchio magico per distribuire prebende, favori, ad amici o amici degli amici, e devastare patrimoni che se confiscati diventano ‘cosa nostra’, solo diciamo per l’arricchimento personale di alcuni, magistrati compresi, allora c’è un problema in Italia che dovrebbe affrontare la politica”.

“Ti faccio un esempio: se Renzi parla di mettere mano al Codice penale, di responsabilità civile dei giudici, e viene indagato lui o il padre per gli scontrini, è un modo mafioso da parte della magistratura per bloccare invece la democrazia. Un giudice che per negligenza o anche incompetenza priva della libertà personale, che è la cosa più sacra, un cittadino comune, deve pagare ma in Italia non è così”.

Il presidente del Senato, Pietro Grasso, proprio in queste ore ha parlato con durezza dell’Antimafia, quasi fosse venuta meno al suo scopo.

“Ha ragione ma lo ha fatto con ritardo. C’è stato innanzitutto da parte sua un silenzio assoluto sul tribunale che lui ha diretto. Doveva pensarci prima, ma ha ragione: la nostra inchiesta l’abbiamo definita ‘La mafia dell’antimafia’, parole molto pesanti. In Sicilia l’antimafia dovrebbe guardarsi dentro e allo specchio perché ormai è diventata una holding,  buona per fare affari, per avere contributi per progetti Pon, per finanziamenti a iosa e poi alla conclusione dei fatti noi ancora la mafia l’abbiamo e l’antimafia gode di quelli che sono i privilegi che erano dei mafiosi. Guarda ti sto dicendo una cosa molto grave, ma è così”.

Terrorismo e mafia: si deve avere paura?

“Recentemente ho sentito delle dichiarazioni devastanti: per esempio che in Sicilia non c’è l’Isis perché c’è la mafia. Ti lascio immaginare se uno che si fa saltare in aria può avere paura di gente come Totò Riina. L’Italia è il paese che ha perso la guerra e l’ha vinta, che ha vinto il terrorismo, che ha vinto la lotta contro le Brigate Rosse,  che ha vinto contro tantissime cose, ma che non riesce a battere la mafia. E sai perché? C’è un cordone ombelicale che lega strettamente le mafie con la politica. Fanno affari, insieme stanno bene: le mafie continuano ad esistere solo perché la politica vuole così. Un esempio per tutti: scudo fiscale: rientrano dall’estero i patrimoni tassati solo al cinque per cento, così si è rifinanziata la mafia”.

Ma se le cose stanno così, è ancora possibile vincere la battaglia?

“Sono stato deluso e demoralizzato quando il Csm ha semplicemente sospeso la presidente della sezione misure di prevenzione, concedendole anche due terzi dello stipendio. Un cittadino normale con quelle accuse sarebbe stato arrestato, licenziato e i suoi beni sottoposti a sequestro. Non c’è democrazia in Italia, non c’è una giustizia giusta, è tutto in salita.  Ma sai perché mi trovo a Lecce? Amo parlare con i giovani, sensibilizzarli, c’è qualcuno che vi prende per il culo dicendo ‘voi siete il futuro’. I giovani sono il presente, quelli che ci possono dare una mano a cambiare lo stato di queste cose e io credo in loro”.

Trascorso il tempo di una sigaretta, durante il quale è stata realizzata questa intervista, Pino Maniaci si dirige verso i ragazzi che lo stanno aspettando. Un’oretta dopo ci vorranno molti gesti da parte dei suoi accompagnatori per staccarlo dal microfono e dal computer dal quale fa vedere alcuni servizi televisivi. Ha un volo che lo riporterà in Sicilia ed è più preoccupato del solito quando lascia l’isola per partecipare a incontri pubblici: sa che in quel frangente la sua famiglia e la sua emittente sono più vulnerabili, o almeno così pensa alimentato dall’istinto di protezione paterno e coniugale.

Non si sente un eroe e non vuole diventare un martire, ma non è disposto a smettere di fare informazione per come la intende lui: determinato, forse visionario, certamente coraggioso. Il 31 gennaio, giorno dell’81esimo compleanno di Bernardo Provenzano, nel corso del telegiornale, ha rivolto i suoi personalissimi auguri: “Auguri zu Binnu, che speriamo presto ci lasci nella santa pace”. A Matteo Messina Denaro - che lui chiama "soldino" - ha invece detto in diretta: "Consegnati, pezzo di merda, che oramai è arrivato il tuo tempo".

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