Cinque anni dopo la battaglia contro i caporali: "Non è servita a nulla"

Nell'agosto del 2011 ha promosso il primo sciopero dei lavoratori migranti impiegati nella raccolta di pomodori e angurie, poi si è impegnato nel sindacato. Oggi il bilancio è amaro

Yvan Sagnet al Terra Rossa.

LECCE – L’ultima pagina dell’esperienza dello spazio sociale Terra Rossa, posto nelle scorse ore sotto sequestro dopo la denuncia per occupazione del Comune di Lecce, porta la firma di Yvan Sagnet, ingegnere di 31 anni, nato in Camerun e arrivato in Italia nel 2008. Per permettersi gli studi al Politecnico di Torino ha fatto il bracciante e, nel 2011, ha promosso il primo sciopero dei migranti impiegati nei campi per la raccolta dei pomodori e delle angurie.

Sagnet, che oggi è vice presidente dell’organizzazione non governativa “Circolo europeo per la Terza Rivoluzione Industriale”, ha partecipato a un incontro sulla tratta di essere umani nel Salento, al quale hanno partecipato anche Maria Russo (avvocato), Ines Rielli (progetto Libera), Gianluca Nigro (già coordinatore di Finis Terrae).

Dopo quello sciopero, che ha avuto un grande clamore mediatico e per il quale Sagnet ha subito minacce (e continua a subirle per il suo costante impegno sulla questione), qualcosa è sembrato muoversi: il tema del caporalato e dello sfruttamento è stato affrontato su più fronti, compreso quello giudiziario, tanto è vero che il giovane ingegnere ha deposto proprio in questi giorni nel processo denominato “Sabr”, in quanto parte civile. Con quali risultati, è tutt’altro paio di maniche.

Cinque anni dopo, a cosa è servita è quella coraggiosa iniziativa?

La battaglia non è servita a nulla, questa l’impressione che noi abbiamo perché le istituzioni, soprattutto quelle locali hanno scelto di girarsi dall’altra parte, quella dell’impresa, di non sostenere i lavoratori e le loro giuste rivendicazioni. Dopo cinque anni il lavoro nero c’è sempre, le imprese continuano a praticare il sotto-salario, ad avvalersi dei caporali. Insomma la situazione è ritornata come prima, anzi è peggio: oggi non c’è più nemmeno un punto di riferimento, a Nardò hanno chiuso Masseria Boncuri, hanno recentemente demolito la ex falegnameria, adesso i lavoratori sono dispersi a dormire sotto gli alberi.

Hai provato anche l’impegno sindacale, con la Cgil, ma sei rimasto deluso.

Io mi aspettavo altro, pensavo che il sindacato sposasse la filosofia di essere più vicino ai lavoratori. Invece ho trovato un sindacato che fa altro, portato alla concertazione, alla contrattazione che vanno bene, però il grosso del lavoro è di stare vicino alle persone. Dobbiamo andare incontro alle persone per riconquistare almeno un potere contrattuale, che deriva dalla forza lavoro, che non abbiamo più. Oggi, quando ci sediamo ad un tavolo istituzionale senza quel potere, tutte le nostre rivendicazioni vengono respinte.

Nella filiera dello sfruttamento, quali sono i punti da aggredire?

Bisogna essere rigorosi, lo Stato deve essere presente nel sistema dei controlli e deve richiamare le imprese alle loro responsabilità. Poi c’è tutta la questione dei finanziamenti pubblici: continuare a regalare i fondi europei alle imprese che fanno il loro mestiere in maniera illegale, significa praticare il dumping sociale rispetto a quelle che vogliono rispettare i diritti. Qui la politica ha le sue colpe. A livello governativo bisogna ripartire con una nuova proposta sul mercato del lavoro, ritornare a una sorta di collocamento pubblico perché oggi non c’è più un punto vero di incontro tra offerta e domanda, è il caporalato che svolge questa funzione. Le agenzie interinali di somministrazione del lavoro ci siamo accorti essere altre forme di caporalato legalizzato: ricordo la vicenda di Paola Clemente, quella bracciante italiana deceduta questa estate. Serve meccanismo di tracciabilità della filiera che non c’è più perché penso sia giusto che i prodotti che arrivano sugli scaffali dei supermercati e sulla nostra tavola siano prodotti giusti, in tutti i sensi, che rispettino i diritti delle persone e anche l’ambiente.

Nel libro “Ghetto Italia”, che hai scritto insieme a Leonardo Palmisano, documentate l’estensione del caporalato in tutti i distretti agricoli del Paese. Qual è la situazione, oggi, nel Salento?

Il caporalato è nato qui, soprattutto nel Brindisino: ricordo che ogni giorno, dalle 3 di mattina, partono migliaia di donne italiane – perché lo sfruttamento aggredisce le fasce deboli – che vanno a lavorare nel Barese, nel Metapontino e questo da anni. Non vorrei arrivare fino alle vicende delle tabacchine, è un fenomeno che parte da lontano. Noi continuiamo a richiamare l’attenzione soprattutto delle imprese perché su questo bisogna evitare di fare lo scaricabarile sullo Stato: le imprese devono assumere le loro responsabilità, a proposito per esempio di vitto e alloggio. Non ci sono scuse, perché il mercato dei prodotti gode di buona salute in questo momento, l’agricoltura è un settore che tira in questo momento per cui non c’è alcun motivo per non rispettare le regole”. 

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