L'analisi della Dia: la Scu è in fase di stallo, ma l'attenzione deve rimanere alta

Nella consueta relazione pubblicata dalla Dia per il primo semestre del 2016, l'analisi sullo stato della quarta mafia pugliese

Il vice questore Carla Durante.

LECCE – “La criminalità organizzata attiva nella provincia di Lecce ha mostrato una minore esuberanza e vitalità rispetto al passato e sembra attraversare una fase di stallo, oltre che di disorganizzazione”. E’ questa l’analisi che la Direzione investigativa antimafia fa nella relazione relativa al primo semestre del 2016. Un’analisi come sempre puntuale e ad ampio raggio, i cui risultati sono stati illustrati dal direttore della sezione operativa di Lecce, il vice questore aggiunto Carla Durante, dirigente con una lunga esperienza nella lotta alla criminalità organizzata e una lunga serie di successi.

“Ciò sarebbe da ricondurre essenzialmente a due fattori: – si legge nella relazione – da un lato, la notevole difficoltà incontrata dai capi carismatici della Sacra corona unita – ormai quasi tutti detenuti in istituti penitenziari anche molto lontani dai luoghi di origine - di ricompattare e riorganizzare le fila del proprio gruppo; dall’altro, la ribellione intrapresa da alcuni reggenti dei maggiori sodalizi criminali nei confronti delle regole imposte dai boss, sempre meno propensi a versare somme di denaro destinate alle famiglie dei detenuti”.

A “vacillare” sono soprattutto due gruppi: “il primo, facente capo al sodalizio Briganti, la cui leadership è stata fortemente compromessa da recenti vicende giudiziarie. Il secondo, radicato a Monteroni di Lecce e attivo in provincia, meno incisivo rispetto al passato a causa della defezione di alcuni elementi di elevato spessore criminale, intenzionati ad affrancarsi dal gruppo di origine, in ragione della mancanza di accordo sulle strategie operative”.

Le giovani generazioni di criminali della provincia appaiono meno sensibili all’autorevolezza dei capi, da qui scaturisce la mancata affiliazione, anche per evitare di incorrere in condanne e processi per associazione mafiosa. Le giovani leve “sembrano mal tollerare le direttive dei boss più anziani, rispetto ai quali tendono a sostituirsi: ciò sarebbe anche dimostrato dalla minor attrattiva da parte delle giovani leve per le cerimonie delle affiliazioni e quindi delle promozioni”.

Alcuni segnali di ripresa delle attività criminali si sono tuttavia registrati nella zona di Surbo, dove alcuni soggetti gravitanti nell’ambito della locale criminalità organizzata spingerebbero per acquisire il controllo esclusivo del traffico di droga. Ad arginare queste dinamiche ha senza dubbio contribuito l’azione di contrasto della sezione operativa della Dia di Lecce, coordinata dalla locale Procura della Repubblica.

Per quanto riguarda i gruppi criminali presenti, per il capoluogo la Dia evidenzia il clan Briganti, che può contare sull’appoggio dei Tornese di Monteroni e i Rizzo. Questi gruppi, oltre che sulla città di Lecce, eserciterebbero la loro influenza fino ai comuni di Vernole, Cavallino, Lizzanello, Melendugno, Merine, Vernole, Caprarica, Calimera e Martano.

In provincia di Lecce risultano, invece, “attivi quello dei Leo (in forte attrito con il clan Briganti), Padovano, operante a Gallipoli ed alleato con i Tornese e i gruppi De Tommasi-Pellegrino, Coluccia, Montedoro, Giannelli e Scarcella.

Il vice questore Durante ha poi evidenziato come uno dei maggiori pericoli sia il rischio di infiltrazioni mafiose nel settore degli appalti, su cui bisogna focalizzare l'attenzione ed evitare ripercussioni sulla legalità e l'economia.

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