L'eredità di Cataldo Motta, i blitz e gli agguati, il Salento è ancora terra di Scu

Bisogna ripartire dagli insegnamenti dell'ex procuratore e mantenere alta l'attenzione su un territorio su cui si concentra l'interesse della criminalità organizzata

LECCE – Il 31 dicembre è stato l’ultimo giorno trascorso in magistratura da Cataldo Motta. Una vita la sua trascorsa in prima linea nella lotta alla criminalità organizzata, lasciando un’eredità difficile da colmare. Protagonista dei due maxi-processi contro la Scu, nelle vesti di pubblico ministero, si è sempre prodigato affinché alla Sacra corona unita fosse riconosciuto lo status di associazione mafiosa. Un insegnamento da cui è necessario partire per mantenere alti i livelli di guardia in un territorio in cui la criminalità organizzata ha cambiato volto e pelle, ma rimane ben radicata, nonostante gli arresti, i processi e le condanne.

Le recenti operazioni “Omega”, “Twilight” e “Federico II” dimostrano come la Scu continui a tessere i suoi affari illeciti attraverso il traffico di stupefacenti, l’estorsioni e l’usura, cercando di inserirsi “nei circuiti dell’attività legale attraverso l’acquisizione di attività commerciali (in particolare bar e ristoranti) e nel praticare le estorsioni”, come dimostrano gli incendi e i danneggiamenti. Uno dei principali settori di interesse rimane quello dei giochi e delle scommesse, anche online. Il Salento si conferma il referente unico nei traffici di droga proveniente dall’Albania. Un assioma già stabilito alcun anni fa dall’operazione “Sunrise” condotta in parallelo con la Procura di Tirana e confermato dalla lunga e capillare attività d’indagine dell’operazione “Oceano”. Nel mezzo l'incessante e proficua attività di indagine e contartsto alla criminalità di polizia, carabinieri, guardia di finanza e Dia.

Negli anni sono cambiate le strategie criminali, è cessata la stagione delle bombe e degli attentati, la quarta mafia ha cercato di creare un profilo meno cruento, puntando al consenso sociale e cercando di evitare guerre e sangue. Una Scu più imprenditoriale, che ha saputo cavalcare e sfruttare la crisi economica che negli ultimi anni ha investito il Paese. Elemento di rottura, in questo clima di appianamento dei contrasti e abiura della guerra, i fatti di sangue a Casarano. Dall’omicidio di Augustino Potenza, il 42enne assassinato nel parcheggio di un centro commerciale il 26 ottobre, al tentato omicidio di Luigi Spennato, il 41enne di Casarano gravemente ferito a colpi di pistola e kalashnikov lo scorso 28 novembre. Due agguati inevitabilmente legati tra loro e accomunati da un passato criminale e da una lunga vicenda giudiziaria. Alla fine degli anni Novanta, infatti, erano stati accostati al clan capeggiato dal brindisino Vito Di Emidio, uno dei criminali più spietati e feroci della storia criminale. Era stato lo stesso boss, che aveva deciso di collaborare pochi giorni dopo la cattura, ad accusarli di aver fatto parte del suo “gruppo di fuoco”. Agguati che hanno riportato alla luce gli anni più feroci e spietati della Scu.

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Occorre mantenere alta l’attenzione su un territorio troppo esposto a venti di ogni tipo, dagli interessi criminali a quelli imprenditoriali, accomunati troppo spesso dalla logica del guadagno a ogni costo, al di là delle leggi e della salvaguardia di un territorio fragile e incantato, di una storia millenaria e di un futuro a rischio. 

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