La tratta delle nuove schiave del sesso, fra riti voodoo e terribili minacce

Salgono a sette gli arresti dell'operazione "Nigeria" condotta dai carabinieri del Ros e del Nucleo investigativo di Lecce, anche se la competenza territoriale è della Procura di Catania

Una prostituta ai margini di una strada (repertorio).

LECCE – L’operazione è stata portata a termine dal Ros di Lecce, anche se la storia nasce più lontano. Il fascicolo è stato trasmesso alla Procura di Catania per competenza territoriale e tra l’8 e il 10 luglio, su richiesta della Direzione distrettuale antimafia della città siciliana, è stata eseguita un’ordinanza di custodia cautelare in carcere. A occuparsene, i carabinieri del Ros e dell’Arma territoriale di Lecce, Roma, Verona e Sassari. Sette sono  gli indagati: rispondono di associazione finalizzata al traffico di esseri umani, favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e plurime ipotesi di tratta di esseri umani.

In manette sono finiti in manette, tutti nativi della Nigeria e residenti in varie località italiane. Si tratta di Joy Ewemande, donna 40enne, residente a Castel d’Azzano (Verona); Blessing Isibor , donna 26enne, residente a Sassari; Evelyn John , donna 31enne, residente a Roma; Jacob Kennedy , uomo 29enne, residente a Palestrina (Roma); Iyare Ovbiebo, uomo 41enne, residente a Castel d’Azzano (Verona); Vivian Onohio, donna 39enne, residente a Castel d’Azzano (Verona); Loveth Ohnegbonwman, donna 42enne, residente a Roma.

Cinque di loro erano stati già raggiunti da un’ordinanza analoga emessa a fine giugno dal gip presso il  Tribunale di Lecce, Michele Toriello, dichiaratosi, come detto, incompetente a livello territoriale. L’ordinanza accoglie gli esiti di un’indagine del Ros e dei carabinieri del Nucleo investigativo di Lecce, nata da una denuncia presentata da una donna nigeriana riguardanteil sequestro della figlia minore. Sarebbe stata opera di trafficanti.

Secondo la donna, alla base vi sarebbe stata un’organizzazione criminale che aveva l’interesse ad inserire giovani nigeriane nel mondo della prostituzione. Per la liberazione della ragazza, le sarebbe stato richiesto un riscatto di 30mila euro. Le indagini hanno permesso di verificare che la minorenne aveva deciso di intraprendere in autonomia il viaggio per l’Italia, affidandosi ai referenti della compagine criminale.

Monitorando le comunicazioni dei soggetti in contatto con la madre, i carabinieri hanno poi individuato un’organizzazione più ampia di cittadini nigeriani, costituita da più gruppi con base logistica sia nella nazione d’origine, sia in Libia, nelle città di Sebha, Sabratha e Tripoli, dove operano stabilmente referenti in accordo con bande criminali locali e di altre nazionalità, dedite alla gestione di giovani vittime destinate allo sfruttamento sessuale da far giungere anche in Italia tramite i flussi migratori clandestini dal continente africano a quello europeo attraverso collaudate rotte di viaggio.

Le indagini hanno permesso d’individuare la figlia minore della donna, assicurandole un percorso di protezione, ma anche numerose altre ragazze giunte in tempi diversi sulle coste italiane e destinate al mercato della prostituzione. Alcune di loro hanno deciso di sottrarsi all’organizzazione e di rendere dichiarazioni. E pian piano la vicenda ha assunto contorni sempre più chiari.

Le fasi salienti del traffico delle migranti si possono dividere in più fasi.  In primis, il reclutamento di ragazze in Nigeria ad opera di soggetti spesso legati da vincoli di parentela con i referenti dell’organizzazione presenti in Italia. La scelta, in base a fattori quali età, fattezze fisiche ed eventuale verginità, caratteristiche documentate anche attraverso fotografie. Poi, il trasporto delle vittime con migranti uomini lungo le stesse rotte, attraverso il Niger e verso la Libia dove, a Sebha, venivano trattenuti in attesa di essere trasferiti sulla costa e di salpare alla volta dell’Italia.

In attesa dell’imbarco, centinaia di uomini e donne venivano ammassati in edifici fatiscenti, sorvegliati da uomini armati al soldo delle varie organizzazioni criminali e fatti oggetto di umiliazioni psicologiche e violenze fisiche.

Alcuni passaggi contenuti nelle dichiarazioni delle ragazze che hanno deciso di denunciare, hanno consentito di comprendere l’estrema difficoltà del viaggio, con mezzi di fortuna, a volte con l’utilizzo di biciclette da parte di due o addirittura tre persone contemporaneamente per attraversare il confine con il Niger con l’ordine perentorio di abbandonare nella savana chi, stremato dalla stanchezza, non era in grado di continuare il viaggio.

Drammatici anche i racconti dei momenti dell’attraversamento del deserto al confine tra Niger e Libia, quando i clandestini più deboli o privi di sensi venivano lasciati sulla strada, letteralmente lanciati dai camion in corsa. I gruppi dei migranti superstiti, giunti sulle coste libiche, restavano in balia di bande di “ribelli” armati che li utilizzavano come “merce di scambio” per la successiva rivendita ad altre organizzazioni criminali. 

Seguiva il recupero dei migranti presso i centri d’accoglienza dove venivano collocati dalle autorità italiane, attuato grazie ad altri connazionali e, talvolta, agevolato dalla disponibilità di documenti falsi. L‘indagine ha permesso di appurare, ancora una volta,  la sottoposizione al rito voodoo delle ragazze reclutate per esser destinate alla prostituzione: prima di iniziare il viaggio, ogni vittima veniva condotta dal “Native Doctor” (chiamato anche “Babalawoo”) per la celebrazione del rituale, in modo da soggiogarle psicologicamente grazie ad una sorta di “obbligo spirituale”, che importa la più stretta osservanza alle prescrizioni impartite dai trafficanti onde evitare eventi nefasti in loro danno e delle loro famiglie.

Giunte in Italia le ragazze passavano sotto il controllo delle  “Madame”, le quali, attraverso ulteriori riti “voodoo”, la violenza fisica e le intimidazioni, le costringevano alla prostituzione per di guadagnare il denaro necessario a saldare il debito contratto. Solo estinguendo tale tale debito, le vittime potevano affrancarsi dal controllo dell’organizzazione e “liberare” la propria anima dal vincolo spirituale attivato dal voodoo.

Ingente il volume d’affari originato dal traffico di esseri umani organizzato dai soggetti: decisivi i vari riferimenti alle transazioni (effettuate  spesso in contanti o attraverso il frazionamento in piccole somme oggetto di money transfer da parte di soggetti compiacenti) nonché l’ammontare del debito di ingaggio accertato.

Ogni vittima si impegnava a pagare ai trafficanti dai 30mila ai 35mila euro per il trasferimento dalla Nigeria all’Europa e, all’arrivo sul territorio nazionale a queste somme si aggiungevano le spese di vitto e alloggio in Italia, incrementando l’entità dell’esposizione delle vittime e il loro sfruttamento.

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