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Fiom, Landini affonda il colpo. "Lo Stato è sotto ricatto"

Il segretario nazionale dei metalmeccanici, ha presentato "Cambiare la fabbrica per cambiare il mondo", un'intervista del giornalista Giancarlo Feliziani. Ha invitato ad aderire alla manifestazione dell'11 febbraio a Roma

Foto LeccePrima (tutti i diritti riservati)

LECCE - Questa volta non presidiava il cancello 2 dello stabilimento di Mirafiori ma quello, meno imponente, dell'ex Sperimentale Tabacchi. Maurizio Landini il segretario nazionale della Fiom, ha presentato nel pomeriggio la lunga intervista concessa al giornalista di La 7, Giancarlo Feliziani, raccolta in un libro, edito da Biompiani, intitolata " Cambiare la fabbrica per cambiare il mondo".

All'incontro, presso la sede della facoltà di Scienze della Comunicazione, era presente anche il coordinatore dell'Udu dell'ateneo salentino, Carlo Monticelli assieme a  Carlo Formenti, docente di storia e tecnica dei nuovi media e giornalista del Corriere della Sera. Formenti, che ha moderato gli interventi, è stato il primo a prendere la parola, denunciando Marchionne, "quello con la kappa", responsabile di aver scatenato un fenomeno molto simile a quello che si è già verificato negli Stati Uniti, "dove la soglia dell'adesione sindacale è passata dal 30 al 7 per cento". Oltre al "resistere, resistere, resistere" di borrelliana memoria, il moderatore ha anche elargito un esplicito invito a contrattaccare, ad uscire da quell'assedio nel quale  sia le distorsioni mediatiche, sia il "cambio di guardia" di un governo tecnico che "tutela gli interessi di una classe intera, come se quelle dell'economia fossero leggi naturali", hanno costretto il Paese.

Ma il punto più critico di questo accerchiamento, a detta di Formenti -  che ha sottoscritto l'invito promosso dalla rivista MicroMega, a scendere in piazza sabato 11 febbraio, nella piazza romana di San Giovanni, accanto alla Fiom -  resta la debolezza della sinistra. Un tempo "cinghia di trasmissione dei sindacati".DSC_0004-2-2

La testa del serpente, da sopprimere con urgenza,  risiederebbe però nel ricatto al quale è sottoposta la democrazia italiana. Questo l'appello lanciato da Maurizio Landini, nel corso dell'incontro. Come dire, "ciò che va bene per la Fiat, non va per nulla bene all'Italia".  A voler parafrasare, tristemente, le storiche parole di Agnelli.

Il mal di pancia di Landini scaturisce, in primis, dall'emergenza occupazionale. " Manca la giustizia sociale e il lavoro. Urge intervenire sull'evasione fiscale, ridistribuendo la ricchezza. L'attuale riforma delle pensioni, penalizza i lavoratori precari. Siamo davanti ad una bancarotta della politica". E sarebbero proprio le istituzioni, secondo il segretario emiliano, le grandi assenti nelle trattative con l'esecutivo. Il "rischio del vuoto di rappresentanza, deve essere risolto con la possibilità di scelta del sindacato da parte di tutti i lavoratori".

La tessera come unica garanzia di dignità. Non importa il tipo di  casacca, ma "una contrattazione sindacale dovrà coinvolgere anche i lavoratori  precari. Se ci si organizza collettivamente, si  ha più potere". E sulle considerazioni mosse, negli ultimi anni, da Pietro Ichino, che ritiene anacronistico l'attuale assetto dei sindacati, inavvicinabili e poco rappresentativi delle fasce giovanili, Landini  ha rassicurato: " Ichino si preoccupi di non essere una minoranza all'interno delle organizzazioni che rappresenta. Sarebbe ora di piantarla con questa continua contrapposizione tra lavoratori dipendenti, regolari, e quelli più giovani, meno definibili. Si tratta di una contrapposizione finta. Quale sarebbe il lavoratore garantito? Quello al quale chiuderanno la fabbrica?".

Il nodo centrale sarebbe proprio questo. La Fiat, figlia capricciosa di un'Italia già problematica non investe più. "Aumenta la cassa integrazione, perde quote di mercato nel settore auto perché non investe. Sento un silenzio assordante" ha denunciato il portavoce della Fiom, che ha poi proseguito: "Non è accettabile che il più grande gruppo industriale non dica dove e quanto ha intenzione di  investire. Per non parlare poi della decisione, autoritaria, di uscire dal contratto nazionale del lavoro, limitando le libertà dei dipendenti. Costringendoli a prestare manodopera dalle vecchie 40 ore settimanali, alle attuali 43. La Fiat minaccia la fabbrica, ma ricatta lo Stato. Che, per giunta, ha finanziato la fabbrica. Urge ridisegnare l'orario lavorativo. Meno ora, più lavoratori". Sul come si possano introdurre nuovi posti, la soluzione riguarderebbe congrui investimenti di tipo pubblico e privato. "Osservo che il settore della meccanica agricola (quello dello stabilimento leccese, ndr) è uno di quelli meno colpiti dalla crisi. Ma chi conosce i fondi  che l'azienda torinese intende utilizzare?". A preoccupare Landini, le righe univoche, unidirezionali di quel contratto che minaccia, di fatto, i lavoratori, tenendoli lontani da forme di sciopero e protesta.  Sanzioni e provvedimenti disciplinari che il dipendente, però, non potrebbe adottare nei confronti del proprio datore, qualora fosse lui a venir meno agli accordi.

"Gli stabilimenti di Mirafiori e Pomigliano hanno votato sotto ricatto. Mentre 19 mila firme degli operai Fiat, chiedono il referendum abrogativo. Urge una legge sulla rappresentanza".Un lavoro senza diritti non è un lavoro. Partire dal rinnovamento del sindacato, aumentare il costo del lavoro precario, introdurre uguali diritti per tutte le mansioni, saranno i propositi che, sabato 11 febbraio, spingeranno gli italiani ad invadere la capitale, in un corteo che approderà in piazza San Giovanni. "Per rimettere al centro la democrazia".

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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