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Le piastrine perdute sul fiume Don, ritrovate dopo 75 anni dalla "Ritirata di Russia"

L'emozionante storia di Vittorio Ingrosso da Guagnano, uno dei soldati italiani inviati in Russia durante la seconda guerra mondiale, tornato a casa dopo la prigionia e una lunga marcia

LECCE – E’ una storia che riemerge dagli abissi del tempo, intrisa di amore e patriottismo, portata dal caso o dal destino a ricordarci uno degli eventi che ha segnato un’intera epoca. Un cerchio della Storia, doloroso ma anche eroico, che si chiude. Settantacinque anni dopo l’immane tragedia della Ritirata dalla Russia (le cifre ufficiali parlano di 26mila morti, 43mila feriti e 63mila dispersi), la piastrina identificativa di un soldato italiano torna ai suoi famigliari, portando con sé il ricordo indelebile della nostra storia recente. “Con nostra grande sorpresa ed emozione – racconta Fabio Leone, nipote del soldato inviato sul fronte russo –, abbiamo appreso che la piastrina apparteneva a mio nonno, l'artigliere Vittorio Ingrosso, classe 1922, di Guagnano. Il ritrovamento è avvenuto grazie alla segnalazione di Renza Martini, che si è accorta della presenza della piastrina sul noto sito di aste online eBay da parte di un venditore russo, e di Daniele Lanzilotto, che ha provveduto a contattare la mia famiglia tramite conoscenti in comune”.

“La piastrina è una sorta di carta di identità dell'epoca che i soldati portavano appesa al collo come segno di riconoscimento – spiega Leone –. Sembra che quella di mio nonno, uomo generoso e dai grandi valori, sia stata fortuitamente ritrovata da un cercatore di reperti fra la città di Bogu?ar e il fiume Don, dove centinaia di carri armati russi superarono le truppe italiane dopo battaglie sanguinose che costarono la vita a moltissimi dei nostri”. 

Una storia suggestiva ed emozionante che vede anche il supporto di Pino Scaccia, noto giornalista Rai da anni impegnato nello studio delle storie dei soldati italiani in Russia e curatore della pagina Facebook “Armir - sulle tracce di un esercito perduto”, coinvolto nel ritrovamento di reperti storici e sempre prodigo di segnalazioni e dettagli utili, che ha dato risalto alla vicenda.

“Mio nonno Vittorio – racconta Fabio con emozione mista ad orgoglio – fu fatto prigioniero dai russi ma riuscì a fuggire dal fronte tornando in Puglia a piedi e con qualche mezzo di fortuna. Ci ha raccontato che fu proprio una famiglia russa ad offrirgli momentaneamente rifugio e ad aiutarlo per la fuga”. Vito Ingrosso ha portato sul corpo i segni di quella lunga marcia verso casa, tra fame e temperature proibitive (che arrivavano a -40 gradi), continuando a soffrire di congelamento ai piedi, a causa del rigido inverno russo e delle centinaia di chilometri percorsi a contatto diretto con la neve. È morto nel 1995 all'età di 73 anni, senza mai fare riferimento a quella piastrina che probabilmente gli fu strappata o che fu lui stesso, forse, a buttare via per non essere identificato prima del suo faticoso ritorno in patria.

La sua è la storia di quei 200mila soldati partiti dall’Italia con la prospettiva di contribuire a una facile vittoria, un esercito di cui meno della metà riucì a ritornare nel nostro Paese dopo sofferenze e traversie indicibili. “Ho ancora nel naso l’odore che faceva il grasso sul fucile mitragliatore arroventato. Ho ancora nelle orecchie e sin dentro il cervello il rumore della neve che crocchiava sotto le scarpe, gli sternuti e i colpi di tosse delle vedette russe, il suono delle erbe secche battute dal vento sulle rive del Don”. Così Mario Rigoni Stern inizia “Il sergente nella neve”, romanzo autobiografico sulla ritirata dell’Armata italiana in Russia (Armir) nell’inverno tra il 1942 e il 1943.

La piastrina dell’artigliere Vito Ingrosso ora è in viaggio verso casa: “Attendiamo quindi con grande emozione di avere fra le mani la traccia di un vissuto importante, indelebile, riavuta indietro per un bellissimo caso del destino”.

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