Antiracket & truffa, al vaglio del riesame le posizioni di Gorgoni e Politi

Per il funzionario comunale discussa memoria di 40 pagine, per l'ex collaboratrice della presidente chiesta la libertà non essendo attuale una misura cautelare

La sede dell'associazione antiracket.

LECCE – Si sono discusse oggi, davanti al tribunale del riesame, le posizioni di due dei quattro arrestati nell’ambito dell’operazione condotta dal Nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Lecce in una vicenda che ruota attorno ai fondi erogati per l’antiracket e che vede indagati, a vario titolo, ben quaranta persone in tutto (fra l’altro imprenditori, professionisti e l’ex assessore Attilio Monosi, per cui si andrà al riesame il 13 giugno).

Al vaglio, dunque, la posizione di Serena Politi, 40enne di Carmiano, già collaboratrice di colei che è ritenuta la principale indagata, Maria Antonietta Gualtieri, 62enne, presidente dello sportello antiracket, e Pasquale Gorgoni, 62enne leccese (da tutti conosciuto come Lillino), dipendente dell’Ufficio patrimonio di Palazzo Carafa.

Per quanto riguarda Serena Politi, che si trova al momento ai domiciliari, il suo avvocato difensore, Giuseppe Milli, ha chiesto che venga rimessa in libertà, non sussistendo a suo avviso le esigenze cautelari. Stando a quanto detto dal legale, infatti, sarebbe da oltre un anno e mezzo lontana dagli ambienti, senza più aver mantenuto rapporti con nessuno. La misura dei domiciliari sarebbe, quindi, eccessiva.

In merito alla posizione di Gorgoni, che invece è in carcere, il suo legale, l’avvocato Amilcare Tana, ha chiesto la scarcerazione o, in subordine, un’attenuazione della misura (cioè i domiciliari). E ha discusso l’intero impianto accusatorio, con replica dei pubblici ministeri, tramite una memoria di quaranta pagine. I giudici si sono riservati di decidere e domani si dovrebbe conoscere l’esito.

La vicenda, come noto, ha suscitato clamore anche per il coinvolgimento di personaggi noti, anche fra politici e funzionari (il quarto agli arresti è Giuseppe Naccarelli, 48enne di Veglie, dell’Ufficio ragioneria). I reati contestati a vario titolo, truffa per il conseguimento di erogazioni pubbliche, corruzione, concussione, falso.

Tutto si sviluppa seguendo il filo di finanziamenti che sarebbero stati percepiti in modo indebito dall’associazione antiracket presieduta da Maria Antonietta Gualtieri. Tali fondi, in linea di principio, sarebbero dovuto servire a rafforzare le iniziative in materia di contrasto al racket ed all’usura attraverso l’istituzione di tre sportelli nelle province di Lecce, Brindisi e Taranto per prestare assistenza alle vittime di questi reati, avvalendosi di figure professionali quali avvocati, commercialisti, esperti del settore bancario.

L’indagine ha però svelato qualcosa di diverso. Secondo le “fiamme gialle”, associazione e sportelli (oltre Lecce, anche Brindisi e Taranto) non sarebbero stati, di fatto, operativi, m a costituiti proprio con il fine di frodare i finanziamenti pubblici tramite rendicontazione fittizia di spese per il personale, l'utilizzo di fatture per operazioni inesistenti riguardanti l'acquisizione di beni e servizi, di spese per viaggi e trasferte in realtà mai avvenute, falsa attestazione del raggiungimento degli obiettivi richiesti dal progetto in termini di assistenza ai nuovi utenti e numero di denunce raccolte.

L'associazione, a tal proposito, avrebbe stipulato contratti di collaborazione con dipendenti fittizi e professionisti compiacenti, emettendo false buste paga e ricevendo fatturazioni per prestazioni professionali inesistenti. Le somme percepite grazie alle false rendicontazioni presentate all’Ufficio del commissario antiracket, sarebbero state poi restituite in contanti alla stessa presidente dell’associazione. Un particolare non è sfuggito agli inquirenti: venivano fatte salve le ritenute previdenziali e assistenziali.

Nel perseguire iI disegno, sarebbe stata documentata anche l'esistenza di spese per l’acquisizione di beni e servizi inesistenti, come promozione di campagne pubblicitarie e interventi di manutenzione presso le tre sedi, predisponendo una serie di  documenti, anche di natura fiscale, per dimostrare il regolare svolgimento delle procedure di selezione delle aziende fornitrici e il pagamento delle prestazioni.

In questo caso, il meccanismo prevedeva che i finanziamenti percepiti dapprima fossero bonificati a favore delle ditte esecutrici a pagamento delle forniture e successivamente restituiti in contanti per un importo pari alla differenza tra l’importo fatturato ed una quota del 20 per cento, quale “compenso” alla stessa azienda fornitrice, cui veniva aggiunto il rimborso delle spese effettivamente sostenute per la predisposizione della campionatura da trasmettere al ministero.

Sempre stando alle indagini, sarebbero stati percepiti in modo illecito anche finanziamenti destinati alle opere infrastrutturali e all’acquisto degli arredi presso le sedi di Lecce e Brindisi. E qui emergerebbero dirette responsabilità di amministratori comunali e direttori dei lavori coinvolti nel rilascio delle autorizzazioni e nei pagamenti delle opere.

In particolare, sarebbero stati eseguiti dei lavori di ristrutturazione presso la sede di Lecce, in assenza dell’approvazione da parte dell’Ufficio del commissario antiracket, pagati con fondi del Comune anziché con i finanziamenti erogati l’Ufficio del commissario al termine della procedura di approvazione.

Una liquidazione, di fatto, eseguita attraverso la creazione di un capitolo di spesa sprovvisto di copertura finanziaria, per agevolare l’imprenditore affidatario dei lavori e consentirgli una veloce percezione delle somme. Condotte, secondo gli investigatori, riconducibili ai rapporti tra l’impresa esecutrice dei lavori e un funzionario pubblico che in cambio avrebbe ricevuto agevolazioni nel pagamento di alcuni lavori eseguiti dalla stessa ditta presso la propria abitazione.

Per sanare la situazione venutasi a creare in seguito ai rilievi mossi dall’Ufficio del commissario antiracket su una procedura irrituale per ottenere il rimborso delle somme, sarebbe quindi stata predisposta documentazione fittizia.

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Tutto ciò avrebbe tratto in inganno l’Ufficio del commissario antiracket che ha quindi proceduto a erogare fondi direttamente a favore dell’impresa costruttrice, che in tal modo si sarebbe avvantaggiata di un ulteriore pagamento, aggiuntosi a quello già ricevuto dal Comune di Lecce.

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