Ex Saspi, arrivano le ruspe: il procuratore Ennio Cillo: "Verificare tipologia di rifiuti"

Conferito l'incarico a Noe, vigili del fuoco e consulenti di svolgere sopralluoghi e carotaggi sul sito già oggetto di un'indagine. La falda acquifera per ora non è stata contaminata, ma restano tutti i rischi legati all'assenza di una precisa stima di tipologia e quantità dei rifiuti ancora sepolti

LECCE – E’ giunto il momento di fare chiarezza sul sito dove un tempo esisteva l’inceneritore della Saspi, la ditta che per anni ha gestito l’appalto per la raccolta e lo smaltimento dei rifiuti solidi urbani in città.

Una vicenda annosa, difficile anche da ricostruire in tutti i passaggi, dato che si perde nelle nebbie del tempo. E che però ha generato qualcosa di visibile a occhio nudo per chiunque getti lo sguardo oltre lo svincolo per Lizzanello, dalla Tangenziale Est: una vera e propria collinetta di ceneri e, forse, di altri rifiuti. Se e cosa esattamente sia sepolto, ancora non si sa.  

Perciò, questa mattina il procuratore aggiunto Ennio Cillo ha conferito incarico ai carabinieri del Noe di Lecce, guidati dal maggiore Nicola Candido, e ai consulenti già designati da tempo, Mauro Sanna (chimico) e Cesare Carocci (geologo) di svolgere un nuovo sopralluogo. Sul posto sono stati convogliati anche i vigili del fuoco del Nucleo antibatteriologico (Nbcr) con le ruspe, personale dell’Arpa e dell’ufficio tecnico comunale.

La verifica è stata disposta perché, sebbene sia stato accertato che per il momento la falda acquifera non sia stata contaminata, è necessario avere un quadro di massima chiarezza su tipologia e quantità di rifiuti eventualmente esistenti ancora sul sito, sotto tonnellate di cenere. Veri e propri avvallamenti che non lasciano presagire nulla di buono. 

Al momento per questa vicenda, sulla quale negli anni si sono stratificati gli esposti, sia di privati, sia di esponenti politici, vi sono quattro indagati fra ex dirigenti delle ditte che negli anni hanno gestito la raccolta, Pietro Colucci, Riccardo Montingelli, Raffaele Montingelli, più il dirigente del settore Ambiente del Comune, Fernando Bonocuore. 

La struttura è ormai in disuso, ma i rischi per l’ambiente e la salute permangono. Sotto la lente, in particolare, vi è un ampio terreno recintato, attiguo all’inceneritore, all’epoca di proprietà del Comune di Lecce e in seguito ceduto a un privato. Le indagini partirono dopo un esposto del possessore di un altro terreno, nelle vicinanze. Al momento le ipotesi di reato sono di gettito pericoloso di cose, danneggiamento e omessa bonifica.

I lavori di messa in sicurezza sono stati avviati nel 2012, ma nel frattempo erano partiti già partiti anche gli accertamenti della Procura leccese, con certosine ricostruzioni dei carabinieri del Noe in quel sito che è stata ribattezzato, e non a caso, una "bomba ecologica" alle porte della città. Nel marzo del 2013, i primi indagati.

L’ex inceneritore è stato in attività nel periodo compreso tra il 1965 ed il 1989. L’impianto è stato poi chiuso per le sopravvenute prescrizioni legislative che non ammettevano deroghe all’adeguamento delle strutture preesistenti a particolari accorgimenti tecnici quali, ad esempio, la camera di post-combustione, al fine di contenere il tasso di inquinamento atmosferico.

Di recente del caso si sono occupati anche la senatrice Daniela Donno del Movimento 5 Stelle, per richiedere una bonifica urgente, lo Sportello dei diritti, che ha paventato la possibile presenza di centinaia di tonnellate di rifiuti pericolosi, Fratelli d'Italia-An, con il capogruppo Fabio Rampelli che ha proposto un'interrogazione, ma anche con il dirigente territoriale del partito, Tiziana Montinari, che ha presentato a settembre un esposto in Procura. Ad oggi, l'area in questione non è ancora mai stata posta sotto sequestro.

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