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Sabato, 18 Maggio 2024
Cronaca

Il Sappe rivela: “Diciotto telefonini e droga nella stanza di un detenuto”

Il sequestro della penitenziaria a Lecce. Il sindacato ricorda i ritrovamenti sempre più frequenti nei penitenziari della regione e sospetta che i dispositivi entrino usando droni

LECCE – La domanda, provocatoria, è questa: quando, in carcere, entreranno esplosivo, pistole e mitragliatrici, come in certe località del Sud America? A porsela è Federico Pilagatti, segretario nazionale del Sappe (Sindacato autonomo polizia penitenziaria), a corollario di una notizia rivelata dalla stessa sigla, circa il rinvenimento di telefoni cellulari e sostanze stupefacenti nel penitenziario di Lecce.

“L’importante ed ennesimo sequestro sarebbe avvenuto nella giornata di ieri allorquando i responsabili del carcere di Lecce, dopo un lavoro investigativo  accurato e certosino, sono riusciti a scoprire ben diciotto telefonini e droga”. Il tutto, riferisce ancora il Sappe, occultato “nella stanza di un detenuto che oltre alle sue  necessità, li avrebbe passati ad altri detenuti ristretti nella sezione detentiva”. Il detenuto in questione proviene dalla Campania, lo stupefacente deve essere analizzato. 

“E così – rimarca il segretario nazionale – la tanto bistrattata polizia penitenziaria continua a fare il suo dovere a tutela delle istituzioni, nonostante  la grave carenza di personale, il sovraffollamento di detenuti di cui tantissimi con grossi problemi psichiatrici che non verrebbero curati adeguatamente”.  Risale proprio a ieri la visita di una delegazione di politici e attivisti nel carcere di Lecce, che ha preso coscienza di questa drammatica situazione.

Circa il rinvenimento di telefoni cellulari e droga, non si tratta certo di una novità. Proprio per quanto riguarda i telefoni, numerosi sono stati quelli ritrovati di recente anche Taranto, Foggia, Bari e Trani. “Se dovessimo contare i telefonini sequestrati negli ultimi mesi solo in Puglia arriveremmo a qualche centinaio e figuriamoci a livello nazionale”, commenta Pilagatti.

Secondo il Sappe, l’aumento di ingressi di dispositivi nelle carceri ritiene potrebbe essere agevolato dall’uso sempre più intensivo dei droni, ormai accessibili a chiunque. Il sindacato ritiene che sia il metodo migliore per far approdare direttamente nelle stanze dei detenuti quanto richiesto. I rischi? Sarebbero esigui “poiché i muri di cinta sono sguarniti per mancanza di personale, e con gli impianti di allarme antiintrusione praticamente non funzionanti”, accusa il sindacato.

Dell’ipotesi di impiego di droni se ne parla da tempo, ma la certezza – ricorda il Sappe – si è avuta quando apparecchiature di questo tipo state  rinvenute dopo essere cadute all’esterno delle stanze detentive. In due circostanze si è verificato nel carcere di  Taranto.                                    

“Abbiamo chiesto  più volte ai responsabili delle carceri italiane di intervenire  per  contrastare questi atti criminali  utilizzando  apparecchiature elettroniche, quali i Jammer, capaci di bloccare  l’uso dei cellulari inviando onde radio di disturbo sulla stessa frequenza che usano i telefonini, oppure disturbare  il volo dei droni, ma a tutt’oggi nulla è cambiato”, prosegue il sindacato, ritenendosi finora anche insoddisfatto dal nuovo governo.

“Ci aspettavamo dal presidente del consiglio Giorgia Meloni, dopo il suo discorso di insediamento, un cambiamento che purtroppo non c’è stato”. Il rischio, per Pilagatti, è che la situazione possa anche peggiorare, via via che le tecnologie avanzeranno di livello e il contrato resterà basso. Nell’eventualità, vietato “scaricare le colpe sui poveri lavoratori, così come accade ora, poiché in quel caso – conclude – andremo sulle barricate”.

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