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Cronaca

Perseguitava il suo ex quando era in compagnia della loro figlia

Confermata in appello la condanna per una donna leccese di 43 anni. Quando il marito da cui è separata aveva in affido la bimba, ecco chiamate continue, insulti, appostamenti e scenate

LECCE – Dal 2012, fino ai primi mesi del 2018 – dunque, per oltre cinque anni –, avrebbe tormentato il suo ex marito, usando come leva la loro figlia, oggi 14enne. Di fatto, tutto ruotava intorno alla figura di quella che all’epoca era solo una bambina, secondo le accuse usata come una sorta di arma di ricatto, con la minaccia, in qualche caso esplicita, che il suo ex e i suoceri sarebbero stati persino privati della possibilità di vederla.

Ieri, per questa triste pagina di cronaca, il sostituto procuratore generale Salvatore Cosentino ha chiesto in appello la conferma della condanna in primo grado a un anno e mezzo di reclusione per una donna leccese di 43 anni. E la sezione unica penale della Corte, presieduta dal giudice Carlo Errico, ha effettivamente confermato le pena per atti persecutori, operando una riforma nella sentenza nel punto in cui si stabilisce il pagamento di una provvisionale in favore dell’ex marito, 52enne, di 30mila euro, da effettuare solo con il passaggio in giudicato della sentenza.

Tutte le parti civili, che contemplano anche nuova compagna e genitori dell’uomo, erano rappresentate nella vicenda dall’avvocato Riccardo Giannuzzi. L’imputata, invece, era difesa dall’avvocato Luigi Corvaglia.

Telefonate continue alla figlia

Ma cos’è successo, per l’esattezza? Il turbamento dell’ex marito sarebbe stato tale, in questa vicenda, da arrivare anche allo sconvolgimento di parte delle sue abitudini di vita. Specie quando si trovava in compagnia della figlia. In questo modo, si sarebbe configurata un’aperta violazione di quanto stabilito nell’aprile del 2017 dal Tribunale civile di Lecce, circa il sereno esercizio dell’affidamento condiviso della figlia minore. E, infatti, di serenità, come accertato sia nella sentenza di primo grado, emessa nel marzo del 2020 dal giudice Stefano Sernia, sia ora in appello, ve ne sarebbe stata ben poca nella famiglia dell’uomo. Ogniqualvolta la piccola si trovava con il padre, infatti, sarebbero partite raffiche di telefonate. Chiamate della madre rivolte in particolare alla figlia stessa, imponendole a sua volta di ricontattarla di continuo.  

In sostanza, la donna avrebbe voluto sapere ogni istante dove la bambina si trovasse, con chi fosse, cosa stessa facendo, e non sarebbero mancate espressioni offensive verso padre, nuova compagna e genitori di lui. Questa forma di incubo si sarebbe materializzato più spesso durante i pasti, arrivando a rovinare pranzi in famiglia al punto tale che in qualche circostanza la donna, scoperto dove fossero padre e figlia, li avrebbe raggiunti, facendo scenate in pubblico. Con inevitabile imbarazzo intorno e crisi di pianto della bambina.

L'uomo costretto a cambiare abitudini

Tale la pressione psicologica subita nel tempo, che a un certo punto, l’uomo, fiaccato, si sarebbe visto costretto a staccare l’utenza fissa, spegnere il cellulare o tenerlo in modalità silenziosa, persino a non uscire di casa, o, in alternativa, a cambiare luoghi di svago dove portare la piccola, rispetto a quelli abituali. Tutto, pur di non veder comparire all’improvviso la sua ex.  Anche perché il quadro, a un certo punto, sarebbe diventato sconcertante.

Fra le varie situazioni venutesi a creare negli anni, infatti, presunte strumentalizzazioni della figlia per ottenere denaro dall’ex marito, frasi offensive rivolte anche alla sua nuova compagna, persino calci e pugni sull’auto dell’uomo. Non sono mancati in più occasioni anche interventi delle forze dell’ordine. E non solo chiamate dall’uomo, nei momenti di esasperazione. In qualche caso, le forze di polizia sarebbero state messe in mezzo dalla stessa ex moglie, sostenendo falsamente che la figlia fosse scomparsa o denunciando inesistenti comportamenti indebiti dell’ex marito.

Anche in appello, dunque, ha retto l’impianto accusatorio, in una vicenda che ricalca scenari ormai amaramente quotidiani, in cui in mezzo alle bufere finiscono spesso e volentieri i più incolpevoli di tutti: i figli. Le motivazioni della sentenza emessa ieri saranno depositate entro novanta giorni.

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