Cronaca

Detenuto trasferito a Lecce trovato con due micro-cellulari nascosti nel retto

Il sequestro della polizia penitenziaria. Denunciata anche una donna che ha ceduto stupefacenti al convivente durante il colloquio: scoperta con le telecamere

LECCE – Giro di vite della polizia penitenziaria sull’immissione nel carcere di Borgo San Nicola di stupefacenti e micro-telefoni, un fenomeno, quest’ultimo, che è più facile da combattere da quando è stato colmato un vuoto normativo, introducendo il reato specifico di “accesso indebito a dispositivi idonei alla comunicazione da parte di soggetti detenuti”.

Sono due gli episodi avvenuti negli ultimi giorni nella casa circondariale di Lecce. Il primo risale al 17 marzo scorso e ha condotto alla denuncia a piede libero di una donna, F.A.I, per spaccio di stupefacenti. Aveva portato con sé due involucri contenenti hashish e marijuana, per 39,48 grammi, da passare sottobanco al suo convivente, C.F., attualmente detenuto.   

Durante il colloquio, dalle postazioni remote, tramite videosorveglianza, gli agenti si sono accorti di alcuni atteggiamenti particolari. Sembrava che la coppia, infatti, non riuscisse a mantenere una posizione composta. E, in più, sono stati notti continui sguardi tra i due e gli altri detenuti presenti in sala, oltre che in direzione dell’agente in servizio di vigilanza all’interno del box a vetri.

Sono subito sorti sospetti che hanno indotto a un controllo approfondito addosso all’uomo, dov’è stato trovato lo stupefacente. C.F. l’aveva nascosto fra gli indumenti intimi, confidando forse in un controllo meno rigoroso per via delle cautele anti-contagio. E il ritrovamento ha comportato guai per la compagna, ora indagata.

Ancor più interessante, però, quanto avvenuto due giorni addietro, quando gli agenti di polizia penitenziaria, sotto il coordinamento del dirigente aggiunto Riccardo Secci, hanno scoperto due micro-telefonini e un cavetto per la ricarica addosso ad A.D., un detenuto trasferito a Lecce da un altro istituto penitenziario.

Il cavetto si trovava in un tubetto di crema da barba, appositamente tagliato alla base e poi di nuovo ritorto su sé stesso per simulare la chiusura originale. I due telefoni, invece, erano nell’ampolla rettale del detenuto e sono stati scoperti grazie a sofisticate apparecchiature di controllo di cui si è recentemente dotata l’amministrazione penitenziaria.

Quello dei telefoni in carcere, contro il quale la polizia penitenziaria ha comunque profuso sempre sforzi, è un fenomeno che, fino al decreto legge numero 130 del 21 ottobre 2020, che ha introdotto l’articolo 391 ter nel codice penale, è dilagato grazie proprio all’assenza di norme incriminatrici. E, dall’introduzione del reato, è il primo sequestro registrato presso il carcere di Lecce.

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