Vita da corrieri, pedine sacrificabili: il mistero sui committenti di droga e armi

Un veneto e un albanese, sorpresi a Lecce, a giudizio per 60 chili di marijuana un Ak47, di cui però dicono di non saperne nulla. Il tutto, per un corrispettivo irrisorio

LECCE – Quanta droga e quali armi dal Salento prendano le vie di altre località italiane, si può solo immaginare dai tanti sequestri che avvengono da anni sulle coste. Una goccia nel mare, perché per ogni carico sottratto, altri sono già in arrivo e diversi riescono a raggiungere la destinazione.

Partono quasi sempre dai Balcani, gli scafisti, raggiungono gli arenili a bordo di veloci gommoni, riparano in qualche anfratto, alle Cesine o verso San Cataldo, scaricano e tornano indietro. Pronti, magari, per un altro viaggio. Ed è così, almeno fino a quando le motovedette della guardia di finanza non li intercettano. E allora, qualcuno prenderà presto il loro posto, in uno strano mosaico in cui ogni tassello è importante, ma nessuno fondamentale e, di certo, tutti sacrificabili.  

Nel mezzo, tra un gruppo che smista e l’altro che raccoglie, c’è un altro mondo, quello dei corrieri. Si scelgono con cura, quasi sempre hanno difficoltà economiche e sono sconosciuti alla legge.

Incensurati, di certo, erano Sergio Vian, 50enne di Musile di Piave, vicino Venezia, e Nikola Selimaj, 27enne albanese, anch’egli residente in Veneto. Per loro, nei giorni scorsi, il gup Cinzia Vergine ha disposto il giudizio immediato. L’udienza si terrà l’8 marzo davanti alla prima sezione penale.

I due erano stati fermati nel cuore della notte del 23 novembre scorso alla periferia di Lecce. Viaggiavano - si presume per rientrare in Veneto -, con un carico di 60 chilogrammi di marijuana e un micidiale fucile d’assalto, un Ak47, con tanto di munizioni al seguito.  La notizia era stata resa pubblica solo otto giorni dopo, nel corso di una conferenza stampa presso la squadra mobile di Lecce, con dettagli molto scarni.

La storia, in realtà, è più articolata, perché sembra raccontare molto del sottobosco in cui le organizzazioni criminali vanno a raccogliere per i loro traffici. Quasi mai (e forse lo è anche in questo caso) i corrieri sono veri e propri sodali inseriti nel gruppo. Piuttosto, anelli intermedi destinati all’eventuale immolazione e che, di quanto ci sia dietro del meccanismo, ne sanno ben poco. Non si può certo rischiare che a causa di qualche debolezza in caso d’arresto, l’intera catena possa essere spezzata.

Basti pensare che Vian e Selimaj, pur con divergenze su come sarebbero stati assoldati da qualche personaggio poco raccomandabile della loro zona (secondo il primo, sarebbe stato l’albanese a coinvolgerlo; per il secondo, il contatto sarebbe avvenuto per entrambi in contemporanea), agli inquirenti hanno dichiarato che per il trasporto avrebbero ricevuto, come compenso, mille e 500 euro uno (l’albanese) e mille euro l’altro (il veneziano).

Bruscolini, a ben vedere, se si pensa che all’ingrosso, 1 singolo chilogrammo di marijuana mediamente vale sui mille euro. E che loro, di chili, ne avevano circa 60, suddivisi in cinquanta panetti. E senza considerare l’arma da guerra con tanto di caricatore da trenta cartucce, e altrettante di riserva, sfuse, calibro 5.7.

A proposito dell’arma e delle munizioni: su queste entrambi sono stati concordi nel riferire di non saperne assolutamente nulla. In Veneto, cioè, sarebbero stati avvicinati da un altro albanese, di cui hanno fornito solo un presunto nome di battesimo, Sebastian, pronto a offrire denaro in cambio del trasporto di droga. Di armi, non si sarebbe mai parlato. Ovvero, una volta fermati dalla polizia in uscita da Lecce, con un Land Rover, non avrebbero nemmeno sbirciato nel borsone da poco ricevuto, per vedere cosa contenesse di preciso.

Se ciò fosse vero, si potrebbe desumere che, chi ha organizzato la spedizione, non abbia riferito dell’arma o per timore che i due si rifiutassero, o perché questo avrebbe comportato un “onorario” maggiore. Il gioco deve valere la candela, e un conto è un arresto per detenzione ai fini di spaccio di droga, pur con l’aggravante dell’ingente quantitativo, un altro è quello del trasporto di un’arma da guerra. Peggio ancora, la somma di entrambi.

Tant’è. I due, a Lecce, avrebbero pernottato a spese di Vian, che avrebbe quindi anticipato soldi per entrambi, dovendo percepire il compenso solo a spedizione avvenuta. Ancora fumosa resta invece la ricostruzione circa il contatto avvenuto nel Salento, per ritirare il carico. Insomma, una vicenda piena di punti oscuri, in cui non è però certo che i due realmente stiano nascondendo qualche nome. Come dire, le organizzazioni con cui, secondo gli inquirenti, avrebbero evidentemente qualche contatto (non si sa se abituale o sporadico, ma ci si ricordi che entrambi erano sconosciuti alla legge prima di novembre), hanno il più delle volte una sorta di tenuta stagna per impedire fughe di notizie.

Anche per questo, le indagini sono spesso molto lunghe e i traffici proseguono a spron battuto nonostante decine di arresti. E, di certo, visto il collegamento nord-sud, le ramificazioni non finiscono mai di stupire. Tanto che persino tale Sebastian, vero o falso che sia il suo nome, e il misterioso soggetto da cui hanno raccolto il carico nel Salento, potrebbero essere a loro volta altre pedine con poche conoscenze sull’identità di chi sta sopra di loro nella scala gerarchica. 

E, intanto, Vian e Selimaj, difesi il primo dagli avvocati Gianluca Ciardo e Federico Martella, il secondo dall’avvocata Selene Mariano, sono ancora in carcere in attesa di processo.         

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