Lunedì, 26 Luglio 2021
Cronaca

Editoriale. Una notte lunga un anno, il sogno di un futuro di luce nella terra dell'incertezza

Il 2013 è iniziato sotto il tiro della malavita ed è proseguito sulla stessa lunghezza d'onda, in mezzo ad una crisi economica cavalcante e fra una disaffezione per la politica che il caso Tap, prescidendendo dalle ragioni, ha messo a nudo come mai forse era avvenuto finora

Pioggia lenta e sporca, aria appiccicosa. Un petardo esplode in lontananza, l’eco rimbalza fra i palazzi e si dissolve. Più che un fuoco d’artificio, un fuoco di paglia. Di solito, e per giorni prima del 31, la città si avvicina alle lancette della mezzanotte sotto il suono incessante di botti ad ogni ora. Poca voglia di festeggiare, si avverte sottopelle. Il mediocre 2013 se ne va in soffitta con una smorfia beffarda. Sarà difficile scrollarsi di dosso un’annata di tensioni sociali, vuoto politico, imbarazzo istituzionale e recrudescenza criminale. II 2014 si aprirà con appendici irrisolte e nodi purulenti. 

Era iniziata con un’alba scandita da un sole gelido e una statale trasformata in uno scenario alla Quentin Tarantino. Un furgone blindato, accerchiato da spietati banditi stipati in bolidi, che fuggiva in retromarcia con ruote e fiancate perforate da micidiali raffiche di kalashnikov. Davanti e dietro furgoni in fiamme per creare blocchi. Era il 2 gennaio, chi se lo scorda. E’ finita con altri blocchi, quelli di disoccupati ed esercenti messi in ginocchio da una tassazione da strozzinaggio che chiedono la testa di un governo scipito. Due facce della stessa medaglia, perché il crimine alza il tiro nella crisi che trasforma anche la pecora in lupo, e l’unico prodotto che se ne ricava è un diffuso senso d’insicurezza. 

In mezzo, per l’intero anno, ancora sparatorie, e bombe, e incendi, con Lecce però candidata a capitale della cultura 2019. Paradossi della storia.

Ormai si spara ovunque. Sulle persone, sulle auto, sulle abitazioni, sui negozi. Si piazzano ordigni su ogni cosa. Si brucia quello che si può. Per droga, racket o magari solo disprezzo verso il vicino che ha l’erba più verde.

La partita della sicurezza è quella più difficile da giocare, ma una comunicazione frammentaria e incoerente non può che incutere allarme e frustrazioni. Gli inviti alla calma ormai non reggono più ed è difficile far passare il messaggio che sia tutto sotto controllo nell’unico lembo del Sud che fino agli ottanta sentiva parlare di mafia solo in televisione.

Ormai il seme è stato gettato, da allora alti e bassi, ma la vittoria finale resterà una chimera senza un cambiamento. Non può essere demandato tutto solo alle investigazioni, che fanno pulizia dei bubboni più grossi, ma non fermano la metastasi. La mafia è un malcostume che si combatte con cultura e solidità morale ed economica, non certo con il pessimo esempio di una classe politica che continua a farsi pescare con le mani nella marmellata di appalti, mazzette e favori.   

Tant’è. Ospite della Prefettura di Lecce, davanti alla quale sono asserragliati un giorno sì e l’altro pure lavoratori licenziati o in cassa integrazione, a ottobre è arrivato il viceministro Filippo Bubbico, ha firmato qualche protocollo antimafia, e poi sull’emergenza criminalità ha rassicurato: “Stanno arrivando i rinforzi”.

“Arrivano i nostri”, urlavano a gran voce nei western i soldati assediati nel fortino, stremati ma ancora stoicamente in piedi sotto l’assalto degli indiani. Ma questo non è un film e si capisce. Le retate non sono mancate, in cella ci sono finiti a gruppi di venti o quaranta alla volta, eppure le frecce continuano a scoccare dagli archi e il perché l’ha spiegato a novembre il capo delle forze dell’ordine in persona, Alessandro Pansa, parlando in maniera aperta dei tagli a mezzi e personale di carabinieri, finanza e polizia. Colonne di Repubblica: “Voglio essere chiaro con tutti: oggi non siamo in grado di accrescere la sicurezza in nessuna parte del territorio”. 

Quindi, figurarsi in questo territorio di periferia, di cui nei palazzi romani ci si ricorda solo quando bisogna infilarci un tubo e farci passare il gas. Per carità, il gasdotto potrebbe anche avere ricadute importanti per il Paese sul piano economico, e sul piatto della bilancia potrebbe esservi la dismissione dell’obsoleto carbone. E’ bene quindi che il dibattito vada avanti.

E’ bene, però, anche analizzare il fenomeno delle protesta, capire in quale quadro s’inserisca. Qui c’è in ballo qualcosa che non si può svendere, la dignità di una popolazione che non ci sta più a fungere da agnello sacrificale, a vedersi far passare ogni progetto sotto il naso, temendo soprattutto come contrappasso una devastazione dell’ambiente. La protesta nasce anche dal senso opprimente di essere agiti, di non avere peso nelle scelte.  

Proprio adesso, poi, che dopo anni di proclami sta iniziando finalmente a frullare per la testa l’idea che si debba campare di turismo. Ed era ora. Lo dicono persino i dati della Direzione territoriale del lavoro, passati forse un po’ troppo in sordina, e che invece meritano più che un’annotazione: rispetto ad altri settori, falcidiati dal “nero” dal “grigio” e da altre sfumature opache, quello turistico-alberghiero continua a far registrare una discreta situazione in termini di rispetto di istituti legali e contrattuali . E se non è questo un sintomo di crescita.

Ma, senza voler entrare nel merito delle ragioni, la vicenda Tap si può estrapolare dal contesto anche per scattare una radiografia generale dello stato dell’arte. Perché ha messo a nudo soprattutto la schizofrenia di una classe politica sempre più grottesca nei suoi valzer, sempre meno rappresentativa agli occhi di tutti, e che, con malcelato imbarazzo sta cercando tardivamente di interpretare la volontà dell’elettorato, forse anche per nascondere (nella migliore delle ipotesi…), disinteresse e superficialità del passato.

Ma finora sono stati i cittadini, da singoli rappresentanti di se stessi o riuniti in comitati, a portare avanti le battaglie e ad andare a parlare vis à vis con dirigenti della multinazionale e rappresentanti delle istituzioni calati dalla Capitale per capire cosa diavolo stia accadendo in questa porzione di mondo a forma di tacco. Con il politico locale di turno spesso relegato a elemento secondario, se non a semplice spettatore, combattuto fra crisi d’identità e paura di perdere poltrona, faccia e privilegi.

Segnali dei tempi, in un’Italia che non se la passa bene e in cui Lecce e la sua provincia non potrebbero fare eccezione. Ed ecco che le scelte dei prossimi anni saranno vitali e di questo inizia a formarsi consapevolezza.

Il Salento può solo e soltanto puntare su se stesso, in una continua riscoperta e valorizzazione di un territorio che bisognerà prima di tutto imparare ad amare sul serio. Perché altrimenti si resterà fermi al palo degli slogan. Non ha senso cantare “amala e difendila” sulla falsariga di un celebre brano dei Sud Sound System, se poi ci si volta dall’altra parte di fronte all’abusivismo edilizio che ha soffocato intere porzioni di costa ionica e adriatica, al personalismo di faccendieri voraci che poco hanno a che vedere con un’imprenditorialità sana, al parassitismo di una classe politica a volte distratta fino alla cecità, altre connivente fino alla copertura. Pessime sacche di resistenza che uccidono ogni progresso.

Deve cambiare la mentalità, ma è un processo lungo, complesso, doloroso. Qualche avvisaglia, però, c’è. E le sagome nella penombra di alcuni ragazzi, sullo sfondo del Sedile rischiarato da luci sfavillanti, foto scelta per salutare questo 2013, sembrano rappresentare bene un futuro forse ancora lontano all’orizzonte, ma che non si deve mai perdere di vista.

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