Mercoledì, 28 Luglio 2021
Cronaca

Terra di mafia o isola felice? Le mille facce della parola "crisi" e il bisogno di scegliere

Editoriale di Emilio Faivre. La crisi, cosa significa realmente il termine, perché è stato ipocritamente travisato. Consumismo sfrenato e perdita di valori sono alla base del proliferare della delinquenza, a grandi e piccoli livelli. Ma gli eccelsi pensatori ci hanno sempre invitato a ripartire da noi stessi

LECCE- Ho visto per mesi quel poster appeso sulle pareti di una nota libreria di Lecce, ogni volta che sono passato per spulciare fra manuali e romanzi, in cerca di linfa per l’anima. Non sembri una contraddizione. Chi vive cavalcando veloce fra le onde web, trova pace solo fra le lente pagine di un libro. Alla fine mi sono deciso a comprarlo. L’ho appeso in ufficio. Ne scruto le parole ogni volta che cerco il senso più intimo della vita.

“Non possiamo pretendere che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose”.

“La crisi è la più grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall'angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. E' nella crisi che sorge l'inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato”.

“Chi attribuisce alla crisi i suoi fallimenti e difficoltà, violenta il suo stesso talento e dà più valore ai problemi che alle soluzioni. La vera crisi, è la crisi dell'incompetenza. L'inconveniente delle persone e delle nazioni è la pigrizia nel cercare soluzioni e vie di uscita. Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c'è merito”.

“E' nella crisi che emerge il meglio di ognuno, perché senza crisi tutti i venti sono solo lievi brezze. Parlare di crisi significa incrementarla, e tacere nella crisi è esaltare il conformismo. Invece, lavoriamo duro. Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla”.

Albert Einstein, “Il mondo come io lo vedo”.

Ed Einstein il mondo riusciva a vederlo meglio di tutti. Senza necessità di usare gli occhi. Dormì fra quattro guanciali la notte in cui il suo collega fisico Max Planck, non uno qualunque, si mise alla finestra ad osservare un’eclissi di Luna per capire se fosse vera le teoria della curvatura della luce a causa del campo gravitazionale. Einstein non aveva bisogno  di osservare. Lui aveva calcolato, e tanto gli bastava.

Crisi.

Una parola che è diventata quasi un nascondiglio. Tutto è giustificato, motivato, dipendente dalla crisi. Gira droga nel quartiere: la crisi. Farmacisti e supermercati vengono rapinati: la crisi. Nessuno sente però mai il bisogno di capire cosa sia la crisi.

Lo scrittore ceco Milan Kundera, da autorevole linguista, partirebbe proprio dall’etimologia.

Il vocabolo crisi, attraversando le ere, approda sulle nostre coste dal greco antico: κρ?σις. Significa “decisione”, “scelta”, ma anche “fase decisiva di una malattia”.

Depauperata dai suoi sensi originari, la parola a noi è giunta solo nell’ultimo significato, quello nefasto, che richiama la sofferenza, ed è stata estensivamente impiegata - per via dell’ampio utilizzo in campo sociologico - come sinonimo in senso fin troppo generico di “male sociale”.

Quest’ultima definizione non si trova sul dizionario Treccani o su Wikipedia, ma è una mia sintesi. Credo comunque riassuma bene il senso di “crisi” nell’accezione del vivere contemporaneo.

Qui nasce però anche il dilemma. Einstein, che della relatività ha fatto il suo credo, sulla crisi assume quasi una posizione autoritaria: “Finiamola una volta per tutte con l'unica crisi pericolosa, che è la tragedia di non voler lottare per superarla”. In poche parole: basta nascondersi.

Manca oggi più che mai la volontà di uscire da questa “crisi”, nel senso moderno del termine. E così si finisce per rivestirne ogni ambito, quasi fosse un ostacolo insormontabile. Una volgare scusa. E’ la crisi, baby, che ci vuoi fare. Ma se non sappiamo nemmeno più cosa significa la parola, dove vogliamo andare?

Già, dove? Senza andare lontano, restiamo qui, nel Salento.

Qualcuno ha detto che un tempo era un’isola felice.

La locuzione “isola felice” rapportata a un passato idealizzato, funge da spartiacque rispetto ad un presente in cui questa benedetta isola sarebbe diventata improvvisamente infelice. Chissà, forse per colpa della crisi, che tutto macina e distrugge.

Solitamente la locuzione viene impiegata per definire il Salento precedente all’innesco di un pensiero di tipo mafioso nella mentalità di molti. Un presente che fa sbottare il procuratore Cataldo Motta, lucido analista delle dinamiche affermatesi dagli anni ’80 in poi, e che gli permette di parlare pubblicamente di “mentalità mafiosa” sottesa nel substrato culturale di questa terra. Apriti cielo. Salento terra di mafia? Rancore, repliche, rabbia, ma...

...sì, terra di mafia. Forse non nel senso più comune. Però...

Ora, non sappiamo se sia mai esistita realmente una sorta di insula felix. Sappiamo però che il termine “crisi” è soltanto un paravento dietro al quale nasconderci, come ci ammonisce una mente audace quale quella di Einstein. E pensare che stiamo parlando di un ebreo, visto con ostilità dal nazismo, in un periodo di guerra. Altro che crisi attuale. All’epoca vita e morte erano facce della stessa medaglia.

Einstein, come altri pensatori, ha fornito una visione del futuro partendo da sé stesso. Dal suo vivido ingegno, dalla curiosità nella scoperta delle leggi che regolano la natura. Ma la positività del suo pensiero ha fatto poco proselitismo.

Quella che noi oggi chiamiamo crisi, parlando di economia, è semplicemente il collasso naturale di un sistema fondato sul consumismo sfrenato. E’ una crisi di valori, intrinsecamente legata a quella economica. E nessuno riesce a capire dove sia l’inizio: se la crisi economica abbia comportato quella dei valori o viceversa. Il cane che si morde la coda.

Guardiamo attentamente i fatti di cronaca che riguardano il nostro territorio. Carabinieri, polizia e finanza danno seguito a un blitz dietro l’altro. Putacaso, il più delle volte di mezzo c’è la droga.

Perché?

Perché viviamo in una società malata a causa del vizio. Ed è una delle varie forme di crisi. La malattia in fase terminale. Chi vende droga, qualunque essa sia (leggera, pesante…), il più delle volte è un consumatore che entra nel meccanismo della compravendita per averne sempre a disposizione e per farla fruttare e trasformare in denaro sonante. Cioè, in una bella moto da strada, in un appartamento, in un’auto di grossa cilindrata, in cellulari di ultima generazione, in una discoteca piena di figa.

In consumi.

Status symbol.

E quando circola denaro, e la figa è tanta, il passo verso le estorsioni e il gioco d’azzardo (altro vizio) è breve.

Lo Stato lo sa. E l’azzardo l’ha (quasi) legalizzato.  Pan per focaccia.

Ma passiamo alla microcriminalità.  Agli straccioni che fanno rapine con taglierini e pistole ad acqua e furti in abitazioni o di auto. Idem, con la differenza che non c’è l’affiliazione mafiosa. Non che cambi molto. Sono pochi i veri padri di famiglia che “io non ce la faccio, vado a rubare”. Ci sono, per carità. Ma non sono la regola e non facciamola diventare tale.

La verità è che si diventa mafiosi, paramafiosi o semplicemente delinquenti da mezza tacca, il più delle volte solo per vizio e per poter reggere l’andazzo della società del consumo sfrenato. Lavorare, o partorire un’idea imprenditoriale e portarla avanti, con forza, decisione, caparbietà, serietà? Troppo difficile. Complicato. Lo Stato, le tasse, la crisi.

La crisi.

“Non c’è lavoro”.

Sì, è vero. Le tasse e il governo ladro. Ma arrendersi e nascondersi dietro al paravento di una parola dalle mille sfaccettature è troppo facile. Non regge.

La vera crisi, semmai ne esista una, realmente moderna, è quella che investe i valori, che ha devastato le famiglie. I valori sono i veri malati terminali di oggi. E gli insulsi e mai eletti governi che si sono succeduti, non sono stati in grado di comprenderlo. Sarà perché rappresentati da individui a loro volta in perenne stato di crisi mentale. Individui senza valori. Inutile affidarsi a loro, insipienti, inutili e litigiose marionette. Affidiamoci a noi stessi, alla nostra voglia di vivere e lottare. 

Cambiamo la base partendo dalla nostra dignità, altrimenti ai vertici avremo sempre e solo il riflesso del nostro stesso fallimento.

Io, riesco ad essere ottimista. “Chi supera la crisi supera sé stesso senza essere superato”, ammonisce Einstein.

E se lo dice lui.

E allora, crisi. Torniamo al suo significato originario. Facciamo in modo che significhi “scelta”.

Quella giusta.

Quella per la nostra vita. 

E ripartiamo. 

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