Sabato, 19 Giugno 2021
Cronaca

Addio 2014 con il tuo mare di guai e strafottenza e che la tempesta svegli il Salento

Ricordi amari nell'anno che fugge: rifiuti sepolti, attentati, la mafia che rinasce nonostante i blitz. Le sterili risse verbali della politica, l'incuria dei cittadini, un imbarazzante turismo trash. Ma le due grandi emergenze delle ultime ore raccontano anche l'altra faccia del Salento

San Cataldo, marina di Lecce. Mare mosso e freddo.

Da qualche tempo abito fuori porta. A cinque minuti dalla città esiste una cintura silenziosa che avvolge campagna e mare in un immenso abbraccio. La percezione del ritmo quotidiano che rallenta dalla sua frenesia provoca assuefazione. Ogni mattina un profondo respiro davanti alla spuma delle onde che s’infrangono sulla battigia, poi via. Narcotizzati da un surreale senso di pace, si prova sofferenza all’ingresso di Lecce.

Ahia. L’impatto è ruvido. Nemmeno qualche fiocco di neve galleggiante in queste ore nell’aria addolcisce il cuore. Appena superate le uscite della tangenziale, il traffico si gonfia, i clacson starnazzano, il grigio di palazzi seriali spuntati dal nulla in pochi anni abbatte la linea dell’orizzonte e opprime gli occhi.

Entrati nel cuore di una semiperiferia ben lontana dalle consolanti linee barocche, la maleducazione dilagante prende possesso di ogni pezzo d’asfalto e marciapiede. Doppie file, parcheggi a spina di pesce laddove le vie si restringono, svolte repentine senza frecce, abusivi che occupano interi angoli con furgoni squinternati, biciclette che ti vengono addosso contromano. Proprio accanto, una pista ciclabile attende con ansia che qualcuno vi pedali sopra. In parte è però resa inservibile da ostacoli in formato rifiuti ingombranti e dal solito Suv che l’ha scambiata per il proprio posto riservato.

Lecce è una città con un basso tasso di autostima. Una città che tradizione vuole culturalmente di destra, ma con uno spirito anarchico, e non in senso politico. E’ proprio confusa, arruffona, strafottente e viziata. Per non guardarsi allo specchio e riscoprire i propri difetti, qualcuno dà ovviamente sempre la colpa ai politici, e qualche altro è subito pronto nella replica: “Tu li hai votati”. Ed è sempre così, un gioco eterno a rincorrersi senza trovare mai il nodo, che poi sarebbe anche semplice: la classe ai vertici non è null’altro che il frutto della base che l’ha espressa o da cui comunque proviene. Non si rigira il mondo se non cambiano prima gli uomini, il loro pensiero.

Pensiamo alla candidatura a Capitale della cultura. Sappiamo tutti com’è finita, inutile riavvolgere il nastro della storia. Solo qualche considerazione: è possibile che il disfattismo debba sempre sopravanzare ogni cosa, che si trovi difficoltà di coesione? Ci saranno stati errori anche grossolani e ormai la frittata è fatta. La competizione è stata un atto di coraggio, ma infarcita di isterismi e terminata con la solita rissa verbale. Come gag ripetute all’infinito di certa commedia grezza all’italiana che non fanno ridere più. Nessuno si tiene mai nulla, dalla giunta all’opposizione e viceversa, si passa in ogni occasione al vituperio facile. Ho finito per non leggere più gli articoli dei miei stessi colleghi, stufo di sentire fumose chiacchiere. La solita Lecce. Bla, bla, bla e ancora bla.   

Non è bello da dirsi, ma il Salento in generale offre pochi spunti nuovi da un anno all’altro. Penso a quanto scritto nel passato, a ogni giro di boa, e riscopro che i concetti sono fin troppo simili. Il 2015 entrante si lascia alle spalle un 2014 che non è stato molto diverso dal 2013, e via scendendo. Qualcuno direbbe: è chiaro, è un territorio immobile. E invece no. Si potrebbe affermare che cresca, ma maluccio, a macchia di leopardo, non certo in modo lineare e non come dovrebbe per le potenzialità che le ha regalato madre natura.

Pensiamo al turismo. A cosa realmente aspira il Salento? Il “caso Gallipoli” è ormai un appuntamento fisso in Prefettura. Disordine, risse, droga, alcool a fiumi, orari dei locali sballati. In una parola: caos. E fosse solo quello. A Porto Cesareo dopo ere geologiche s’è deciso di mettere un po’ d’ordine. Abusivismo edilizio e licenze a occhi chiusi, lidi trasformati in discoteche, case spuntate sull’acqua manco fossero palafitte, villaggi turistici con difformità. In realtà, al di là di punte di massima concentrazione in certi lembi della provincia, un problema diffuso ovunque da nord a sud della penisola salentina.

Qualcuno, un giorno, fra coloro il quali hanno iniziato questa battaglia di civiltà, m’ha confidato: “Prima o poi si dovrà guardare anche a Casalabate, per dirne soltanto una. Il problema è che non si sa nemmeno più da dove partire”. Eroi quelli che hanno deciso di mettere toppe alle falle di una mala gestione atavica, pur con ritardi monumentali. Ma se devono essere gli inquirenti a spiegare come dovrebbe funzionare una terra a vocazione turistica, poi è chiaro che ti vengono i brividi. “Sì, ma noi abbiamo ereditato gli errori del passato”, rispondono puntuali i nuovi amministratori della cosa pubblica. Lo slogan trasversale del nuovo millennio, dal centrodestra al centrosinistra. E’ sempre colpa di altri. Meglio se defunti da un pezzo, così non rispondono nemmeno e muore anche il dibattito.

Un discorso identico si può fare per i rifiuti sepolti. E si finisce giù, verso quel Capo di Leuca dai panorami mozzafiato ma dal sottosuolo avvelenato. Anche qui, inchieste che stanno mettendo a nudo crimini compiuti dieci o vent’anni addietro. Cave e terreni trasformati in megapattumiere in cui seppellire tonnellate di porcherie. Un po’ più grave della colf sfaccendata che solleva il tappeto e v’infila la polvere con la scopa. E poi ci sono tutti quegli scarti del calzaturiero che rievocano i fantasmi di un comparto, il Tac, a doppia faccia: la sua decadenza, oggi, una disdetta per migliaia di famiglie, ma bisogna vedere anche cosa successo nei momenti di massima floridezza. E qui le indagini sono praticamente ancora ai primi vagiti.

Ma andiamo avanti.      

Pensiamo alla Scu. Questo marchio di fabbrica relativamente recente che non riusciamo più a scrollarci di dosso. Rinasce di continuo dalle ceneri, magari cambia giusto un po’ aspetto, e il procuratore Cataldo Motta, con la sua portentosa memoria storica, a ogni conferenza stampa riannoda i fili e ricostruisce rapporti e agganci che affondano nel passato, origini e successori, volti vecchi che si sovrappongono ai nuovi.

“Sono sempre gli stessi”, commentano spesso i nostri lettori. Al limite se ne aggiungono altri che, dopo qualche anno, diverranno anche loro “sempre gli stessi”, ma nel frattempo avranno fatto proselitismo creando nuovi “se stessi”. E, nei momenti di vuoto di potere fra un blitz e l’altro, anche bombe, incendi e sparatorie nelle vie della città con la disinvoltura con cui si consuma una birra al pub. Prima o poi un proiettile vagante colpirà un innocente, magari un bimbo. Dopo, a chi la racconteremo?

Il problema è che non si riesce a metterli davvero in un angolo. Il problema è che traffico di droga, estorsioni, usura e pure infiltrazioni nelle amministrazioni comunali proliferano in un’economia ferma al palo. E se il Mezzogiorno si porta sulle spalle un peso antico, ora che l’intero Paese è in ambasce, con il resto d’Europa che non scherza, il clima si fa ancor più torbido.

Giovani con poche speranze vengono calamitati dal guadagno facile e i clan si rigenerano puntando verso quelle poche sacche che producono ricchezza. Per esempio, i lidi balneari. Le inchieste in tal senso hanno fatto molto rumore. Anche perché il discorso si riaggancia a quello precedente, e si torna al punto di partenza: a quale forma di crescita si ambisce, se si vuol puntare soprattutto al turismo? E allora, nuove riunioni in Prefettura e protocolli d’intesa antimafia. Senza considerare che molti subiscono, pochi denunciano. E meno male che il Salento era un’isola felice.

Ma andiamo oltre.

Pensiamo alla sicurezza percepita . Non certo un capitolo a parte. Ogni passaggio di questo mio scritto si ricollega agli altri, in un immenso filo logico che accomuna tutto. Oltre i clan locali, c’è la microcriminalità, i cani sciolti. Rapine, topi d’appartamento, ma anche bande italiane e non che alzano il tiro e che – qui sta il brutto della faccenda – rischiano di fare da apripista a strutture potenti come la camorra. Guardiamo ai campi fotovoltaici presi d’assedio ogni notte e dove finiscono i pannelli di silicio. E poi, si sa, da sempre le mafie endemiche in altre regioni guardano con occhi famelici verso questa terra slanciata verso Est, strategica per certi traffici.

Ma il 2014 si ricorderà anche e soprattutto per i furti di armi e carte d’identità da caserme e uffici comunali. I mercati “neri” di riferimento, come stanno svelando le indagini, sembrano essere il Napoletano e persino organizzazioni criminali internazionali, indipendentemente che il furto di base possa essere stato eseguito da individui locali di basso spessore criminale o a volte persino da insospettabili.

Tutto questo avviene in una terra che non gode certo dei favori romani, in tema di sicurezza. I rinforzi alle forze di polizia stremate dalla carenza d’organico sono un’eterna promessa mai mantenuta fatta dal burocrate di turno, mandato qui a farsi divorare dai sindacati. E così non solo ne fa le spese il povero benzinaio giunto all’ennesima spaccata di infissi e di scatole (per non essere volgari), ma si rimediano anche le figuracce di mitra sottratti alla forestale e pistole alla polizia locale. In realtà non c’è da vergognarsi più di tanto. Non è un problema solo locale. Cercate sui motori di ricerca, in tutta Italia negli ultimi anni casi simili si sono susseguiti ovunque.

Ma allora, è tutto così buio? No.

Pensiamo al grande cuore di chi rende questa terra migliore. C’è un sole splendente e luminoso sorto due volte nel giro di poche ore dalle acque gelide del Canale d’Otranto, prima per l’immane tragedia della Norman Atlantic, poi – neanche il tempo di prendere fiato –per il salvataggio di quasi 800 siriani in fuga dalla guerra a bordo del Blu Sky M. E’ il volto dell’accoglienza, una vera vocazione millenaria, che si unisce allo spirito di sacrificio.

Con la Norman Atlantic a fondo e il Blu Sky M lasciato in balia del gelo con il suo carico umano di disperazione, il Salento è partito al fronte in prima linea, organizzando con invidiabile tempismo una macchina di soccorsi imponente ed efficiente, in grado di rapportarsi a una rete più ampia e di fare da punto di riferimento ultimo. E affrontare due tragedie di così ampia portata nello spazio di poche ore è qualcosa di eccezionale.

Sanitari del 118, infermieri, volontari, vigili del fuoco, Croce rossa, militari di vari corpi, forze dell’ordine, protezione civile, e scusate se dimentichiamo qualcuno. Un piccolo, grande esercito di uomini votati a turni massacranti, che non ha chiuso occhio, alcuni rimasti feriti o mezzi assiderati fra i marosi per poi magari farsi un viaggio di ritorno verso il molo nel catino nero in tempesta con cadaveri a bordo e pensieri neri nel cuore.

Hanno operato quasi in sordina. Erano le formiche che portavano silenziose avanti i soccorsi per terra e per mare, mentre, intorno, l’attenzione generale era puntata (come anche ovvio che fosse) sulle fiamme che avevano avvolto la nave nei pressi di Corfù, sui naufraghi, sui migranti in fuga. Questo spirito è una delle porzioni più nobili del Salento. Bisognerebbe partire da qui, prendere spunto ed esempio nella vita di tutti i giorni, se si vuole costruire un luogo veramente migliore.

Perché se si può gestire una doppia emergenza di tale portata, piombata sulla testa all’improvviso, senza una singola sbavatura, allora si può davvero rovesciare il mondo. Basta poco. Basta rimboccarsi le maniche smettendola con il solito esercizio di piangersi addosso aspettando che fantomatici “altri” cambino l’avvenire. Si può ridimensionare la criminalità avendo il coraggio di denunciare e si può uscire dall’imbuto delle estati trash avendo un’idea di turismo di qualità. Non si potrà forse risolvere tutto, ma almeno riacciuffare per i capelli una dignità ancora non del tutto perduta.     

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