Lunedì, 2 Agosto 2021
Cronaca Via Brenta

Via Brenta e filobus, grandi inchieste con un legame invisibile e tanti nodi ancora irrisolti

Un vorticoso giro di denaro e decine di indagati, fra politici, imprenditori, amministratori sulle due più grandi e controverse opere mai realizzate a Lecce. Con continui stop e cambi di marcia nelle indagini e modifiche di capi d'imputazione. Sembra quasi non vedersi più il fondo della questione

LECCE – C’è un elemento sottile e quasi invisibile che sembra accomunare due delle inchieste più controverse della storia recente del capoluogo salentino: quella sui palazzi di via Brenta e sull’affaire filobus.

E’ il principio del silenzio e della dimenticanza, del tempo che scorre fagocitando atti processuali e faldoni d’indagini, risucchiati dal buco nero dell’oblio giudiziario.

Era il 20 maggio 2013 quando, in una fredda mattina di primavera, come nella più classica commedia dell’arte in cui, quando il sipario sembra dover calare, comincia un nuovo atto pieno di colpi di scena e personaggi inediti, il processo sui palazzi di via Brenta offriva un inatteso colpo di scena.

Nel giorno della sentenza di primo grado, infatti, l’intero processo sembrava fermarsi e ripartire dal principio. Il giudice Stefano Sernia, in un’ordinanza complessa, precisa e articolata metteva in evidenza come il reato di truffa, contestato dalla pubblica causa, non era configurabile. Pur riconoscendo quasi in pieno l’ipotesi accusatoria, il giudice riteneva che vi fosse un fatto diverso da quello contestato, ipotizzando non la truffa, bensì il concorso in abuso d’ufficio e peculato. Un reato per cui non è competente il tribunale monocratico ma quello collegiale.

Da qui la necessità di inviare gli atti alla Procura per la contestazione dei nuovi capi d’accusa che, sempre su indicazione del giudice, dovevano comprendere altri due personaggi illustri dell’amministrazione comunale leccese: l’ex sindaco Adriana sindaco Poli Bortone e l’ex segretario comunale Domenico Maresca.

Secondo il giudice Sernia, infatti, non è possibile che Giuseppe Naccarelli, ex dirigente del servizio finanziario del Comune di Lecce, abbia agito all’insaputa dell’ex primo cittadino che, secondo quanto da lei stessa dichiarato in sede dibattimentale, doveva essere avvisata dell’operato del funzionario comunale. Una chiamata in causa che sembra richiamare alla mente una delle più celebri “pasquinate” romane: “Ciò che non fecero i barbari fecero i Barberini”.

L’ex senatrice è diventata una delle pedine in quello che, oltre che un processo assai complicato, rimane un caso politico e giudiziario che continua a dividere l’opinione pubblica e a contrapporre schieramenti e partiti. Si tratta, infatti, di un processo in cui la stessa amministrazione comunale, guidata dal sindaco Paolo Perrone e assistita dall’avvocato Andrea Sambati, si era costituita come parte civile nei confronti degli imputati, tra cui alcuni degli ex uomini di fiducia dell’allora sindaco Poli Bortone.

Tra loro, infatti, Massimo Buonerba, l'ex consulente legale della Poli; Ennio De Leo, ex assessore al Bilancio del Comune di Lecce, e Giuseppe Naccarelli, ex dirigente del servizio finanziario del Comune di Lecce. Oltre a Buonerba, De Leo e Naccarelli, gli altri imputati erano Pietro Guagnano, legale rappresentante della Socoge; Maurizio Ricercato; Piergiorgio Solombrino, ex dirigente dell'ufficio tecnico; e Roberto Brunetti, tecnico dell'ufficio Patrimonio di Palazzo Carafa. In nuovo ipotetico processo dovrebbero rientrare anche Vincenzo Gallo (funzionario della SelmaBipiemme), Renato Kobau e Fabio Mungai, amministratore delegato e dirigente della Selmabipiemme; e Nicola Baldassarre, funzionario ed agente della SelmaBipiemme, per cui il giudice ha rigettato, dopo la pronuncia della Consulta, l’ipotesi d’incompetenza territoriale del tribunale di Lecce per il reato di truffa.

Il processo, a onor del vero, aveva comunque espresso anche i primi verdetti con la condanna di Naccarelli a tre anni (per il reato di falso) e l’interdizione dai pubblici uffici per cinque anni. Assolti dallo stesso reato, invece, Piergiorgio Solombrino e Roberto Brunetti.

Secondo quanto ipotizzato dall'accusa (inizialmente il sostituto procuratore Imerio Tramis e successivamente il procuratore aggiunto Antonio De Donno), la truffa (come detto il reato ipotizzato sino ad oggi dalla Procura) sarebbe stata ordita al fine di agevolare la Socoge, proprietaria degli immobili di via Brenta. Questa ha poi venduto i due complessi alla società Selmabipiemme, che li ha poi ceduti in leasing al Comune di Lecce.

Le due società si sarebbero accordate per stipulare un contratto di leasing ben più oneroso del valore reale, proprio in previsione che il Comune subentrasse alla Socoge e dunque ne ereditasse le condizioni svantaggiose. Un contratto di leasing che impegnò l'amministrazione leccese a versare 2 milioni e mezzo di euro all'anno per vent’anni, oltre ad un riscatto di 14 milioni di euro. Nel mezzo, cifre gonfiate e atti falsificati, tutto – secondo la Procura – a scapito del Comune e di un danno patrimoniale di milioni di euro.

Da quel giorno di maggio, però, quello che tuttora rappresenta uno degli scandali e delle inchieste più controverse alle nostre latitudini, sembra non esserci più traccia.

In attesa di nuove indagini, accertamenti e una nuova informativa che delinei responsabilità e capi d’imputazione, dei palazzi di via Brenta non vi è più traccia (ovviamente giudiziaria, perché rimangono il polo e il cuore pulsante della giustizia civile salentina). Nel frattempo il Tribunale del riesame ha (giustamente e a pieno titolo) dissequestrato i beni di Massimo Buonerba e dell’imprenditore Piero Guagnano. Beni per alcuni milioni di euro.

Un’informativa, invece, esiste per l’affaire filobus. In qualche centinaio di pagine dell’operazione “ladies” (così ribattezzata anche se non si comprende bene chi siano le donne in questione) il Nucleo di polizia tributaria della guardia di finanza di Lecce ha compendiato i passaggi di una vicenda complessa e intricata, di origine internazionale ma di fattura tipicamente italica (riprodotta, del resto, in giro per lo “stivale”).

A maggio scorso (mese evidentemente caro alle inchieste sulla pubblica amministrazione), cioè a distanza di oltre un anno dalla scarcerazione di Massimo Buonerba (ancora lui, arrestato il 13 dicembre 2011, e tornato in libertà dopo novanta giorni per decorrenza dei termini di custodia cautelare), l'informativa finale dell’inchiesta sulle presunte tangenti legate al progetto del filobus nel capoluogo salentino è approdata finalmente in Procura. La corposa documentazione è da allora al vaglio degli inquirenti.

Secondo i magistrati salentini Buonerba avrebbe ottenuto dall'ingegner Giordano Franceschini, un altro degli indagati (già arrestato il 21 novembre 2011 e poi liberato dal Tribunale del Riesame), una cifra superiore ai 650mila euro. Sono soprattutto le dichiarazioni del docente dell'Università di Perugia ad accusarlo. Al centro della vicenda giudiziaria i soldi, pari a circa 2,8 milioni di euro, finiti sui conti svizzeri del professore salentino, e di cui il 60enne leccese non ha voluto fornire spiegazioni neanche in sede d’interrogatorio di garanzia.

via brenta lecce-8Ed è proprio dai quei conti correnti sequestrati dalla Procura federale di Lugano, circa 2 milioni di euro presso la banca Kbl e 800mila euro presso l’istituto di credito Pkb, che è nata l’informativa della magistratura elvetica che ha dato avvio all’inchiesta della Procura della Repubblica di Lecce. Un fiume di denaro sospetto che ha portato all’apertura di un fascicolo prima del procuratore di Lugano, Pierluigi Pasi, e poi del procuratore Cataldo Motta. Soldi che secondo gli inquirenti, farebbero riferimento a tangenti legate a uno dei progetti più discussi e controversi della storia recente del capoluogo salentino.

L'accusa ipotizzata inizialmente nei confronti del professore leccese dalla Procura di Lecce (e per cui è stata emessa la misura cautelare dal gip Antonia Martalò) era di concussione. Il Tribunale del riesame aveva poi derubricato il capo d'imputazione da concussione a corruzione.

Oltre a Franceschini e Buonerba, nel registro degli indagati sono finiti il figlio Roberto; l’ex funzionario di una banca di Lugano Angelo Ferrari e altri suoi due familiari: Renata e Olivier; l’imprenditore bolognese Giorgio Zoboli; Nicoletta Messina; il faccendiere Federico De Vittori (arrestato a Lugano nell’ambito di un’altra inchiesta); Dario Fabbriciani, titolare della ditta Broker Fada e Giampiero Della Massa. Per loro, le ipotesi di reato a vario titolo sarebbero di associazione per delinquere finalizzata alla corruzione, riciclaggio e favoreggiamento.

Tra fantomatiche ladies e conti cifrati sotto l’inequivocabile motto “boia chi molla” (dal sapore vagamente nostalgico), l’inchiesta filobus continua a suscitare misteri e interrogativi senza risposta. Anche e soprattutto di un’opera che ha sfregiato il volto di una città e sulla cui utilità in molti continuano a dubitare e a interrogarsi. Un “cui prodest?” che attende ancora risposte giudiziarie. Maggio, in fondo, non è così lontano.

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