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Cronaca

Stupefacenti e cellulari nel carcere di Lecce: indagato presunto esponente mafioso

Giuseppe Costa, oggi 55enne, palermitano, salì alla ribalta nel 2020 quando fu arrestato, anche perché fratello della vedova di Vito Schifani, uno degli uomini della scorta di Falcone, morto nell'attentato di Capaci. Ora, dal Salento, un altro colpo di scena nella sua vicenda giudiziaria

LECCE – Secondo il Sappe, fra i principali sindacati di polizia penitenziaria, telefonini e droga sarebbero entrati in carcere usando droni. Lo aveva detto chiaramente, la sigla sindacale, ai primi di marzo, quando aveva sdoganato la notizia. E l’ipotesi non è affatto da escludere. Anzi, che le tecnologie più avanzate, sempre più impiegate nei conflitti (vedi Ucraina), possano essere a servizio anche delle necessità degli ospiti del carcere di Borgo San Nicola, a Lecce, come di altre case circondariali, è un aspetto che meriterà un’appendice d’indagine.

Di sicuro, c’è il fatto che per quella vicenda rischia il processo un uomo che nelle cronache è già apparso altre volte, nella storia contemporanea d’Italia. Lasciando il segno. È quello di Giuseppe Costa, oggi 55enne, palermitano. Implicato in vicende processuali per associazione mafiosa, in Sicilia, il suo nome ha colpito profondamente l’opinione pubblica quando è stato arrestato tre anni addietro, non fosse altro perché fratello di Rosaria Costa, vedova di Vito Schifani, uno degli agenti di polizia che aveva fatto parte della scorta del giudice Giovanni Falcone. Schifani morì con il magistrato, la moglie di questi e altri colleghi (fra cui il caposcorta Antonio Montinaro, di Calimera) nella strage di Capaci del 23 maggio 1992.

Si era rivelata un vero colpo di scena, quell’ordinanza di custodia cautelare per mafia, al quale ne segue ora un altro. Costa, infatti, torna alla ribalta per un’altra vicenda. Da detenuto, avrebbe avuto la facoltà di gestire (più prosaicamente, spacciare, secondo la contestazione della Procura leccese) stupefacenti. Dalla sua cella. E non solo. In suo possesso, vi sarebbero stati anche ben otto microtelefoni, più facili da nascondere, ma anche un più voluminoso smartphone. Tutti e nove i dispositivi, da intendere, dotati di sim-card, quindi perfettamente abili a ricevere e inoltrare chiamate e messaggi.  

Costa ha ricevuto nelle scorse ore l’avviso di conclusione delle indagini preliminari del pubblico ministero Maria Consolata Moschettini e nella vicenda la contestazione è stata avanzata in concorso con il compagno di cella, campano, la cui posizione è stata però stralciata. Circa la droga, si tratta di poco più di 200 grammi di hashish, per un’ipotetica suddivisione in oltre mille e 500 dosi. La sostanza era stata trovata nell’incavo del bidet di cui è fornita la stanza in cui soggiornava con il compagno. Tanta ne ha trovata la polizia penitenziaria, durante un sopralluogo svolto il 6 marzo scorso, sequestrata con i dispositivi. Costa è difeso dall’avvocato Raffaele Benfatto.   

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