Cronaca Gallipoli

Presi per le armi, ritenuti vicini al clan Padovano: in tre respingono le accuse

Andrea Cavalera, Roberto Felline e Oreste Scorrano, arrestati nei giorni scorsi dagli agenti di polizia del commissariato di Gallipoli, si sono difesi da tutte le accuse davanti al gip. Cosimo Cavalera, detenuto nel carcere di Melfi, sarà ascoltato per rogatoria

LECCE – Hanno respinto ogni accusa tre delle quattro persone arrestate, sabato scorso, dagli agenti del commissariato di Gallipoli, coordinati dal vicequestore aggiunto, Emilio Pellerano.

Dinanzi al gip Carlo Cazzella, che ha emesso le ordinanze di custodia cautelare nei loro confronti, son comparsi Andrea Cavalera, 36 anni (accusato diporto abusivo di armi clandestine e munizioni, estorsione, atti persecutori, minacce e lesioni personali); Roberto Felline, 50enne incensurato (indagato per ricettazione, detenzione e porto di armi clandestine e munizioni, estorsione, atti persecutori e lesioni personali) e Oreste Scorrano, 24enne (indagato per estorsione e lesioni personali.  I reati contestati a entrambi sono aggravati dal concorso esterno in associazione mafiosa).

Il quarto arrestato Cosimo Cavalera (già condannato per 416 bis e tentato omicidio e ritenuto un esponente di spicco della frangia gallipolina della Sacra corona unita), è detenuto presso il carcere di Melfi, e sarà sentito per rogatoria.

I provvedimenti sono stati disposti dal gip del Tribunale di Lecce, su richiesta del sostituto procuratore, Roberta Licci, nei confronti dei quattro individui, ritenuti affiliati del clan Padovano. Un’accusa respinta fermamente dagli arrestati, assistiti dagli avvocati Ivana Quarta, Pompeo Demitri e Massimo Cavuoto.

A dare avvio all’inchiesta il ritrovamento di due armi, rinvenute dagli agenti  il primo luglio dello scorso anno. Nel corso di una perquisizione presso l’abitazione occupata all’epoca da Andrea Cavalera, in via Cagliari, a Gallipoli, i poliziotti trovarono una “Beretta 70”, calibro 7,65, con matricola abrasa, e una “Bruni”, in origine a salve, trasformata in arma comune da sparo, priva di matricola.

Pistole di provenienza clandestina, che spuntarono assieme a tre caricatori, due dei quali contenenti rispettivamente 8 e 6 cartucce calibro  7,65, 5 cartucce calibro 9 e 3 cartucce calibro 7,65. Il responsabile fu tratto immediatamente in arresto mentre, sin dalle prime fasi investigative, gli inquirenti scoprirono che le pistole appartenevano a Pompeo Rosario Padovano al fratello dell’arrestato, Cosimo. Per poi passare in mano  ad Andrea, quando questi ultimi finirono in manette nel mese di novembre del 2010.

Nel corso di ulteriori verifiche, gli uomini del commissariato gallipolino han accertato il coinvolgimento di altri individui, sempre vicini alla famiglia dei Cavalera. E non soltanto nella detenzione delle armi clandestine, ma anche in una serie di condotte estorsive e minacciose riconducibili ad un contesto di carattere mafioso imposto da Andrea Cavalera, arrestato nel novembre del 2010, nell’ambito dell’indagine riguardante l’omicidio di Salvatore Padovano, alias “Nino Bomba”, avvenuto il 6 settembre del 2008.

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