Quel duplice delitto senza un perché. “Ero più arrabbiato del solito”

“Costituirmi? Ci ho pensato, ma non so perché non l’ho fatto”. Il verbale dell'interrogatorio restituisce il profilo di un giovane che su quasi nulla risponde o fornisce motivazioni solide. A suo dire, a stento conosceva la coppia

LECCE – “Seven”, sbotta, a un certo punto, il giudice Michele Toriello. Il richiamo è facile, immediato. È il thriller cinematografico del 1995, ormai cult, in cui spetta a un luciferino Kevin Spacey indossare i panni di uno spietato omicida seriale. Ci sono le uccisioni pianificate, con torture. E ci sono le scritte sul muro dell’assassino, che rimandano ai sette peccati capitali. E fa niente che ad Antonio De Marco non sia riuscito né di bloccare le vittime, né di lasciare una scritta dentro casa, come da copione steso dalla sua stessa mano (ma quale scritta? E come? Sollecitato più volte, non saprà o non vorrà rispondere). Tutto potrebbe comunque suggerire una torbida trama presa in prestito da qualche film.

Ma, su questa circostanza, Antonio sembra quasi sincero, molto più di altre volte, nell’interrogatorio lungo poco più di 2 ore e 20 minuti, condito da diversi silenzi e “non ricordo”, nel non comprendere il riferimento. La sua stringata saga dell’orrore di appena una settimana, dal duplice omicidio fino alla cattura, appare invece più vicina al suo ultimo libro letto, Riccardo III, di cui si farà solo un cenno a inizio esame.

Il 21enne che viene da un istituto tecnico di Casarano e che ambisce a diventare infermiere seguendo un corso di laurea triennale, con il personaggio shakespeariano condivide più aspetti di quanto si pensi. Riccardo III trova nella sua deformità la molla di spinta verso loschi intrighi e azioni malvage alla corte d’Inghilterra che lo porteranno sempre più in alto, eppure anche all’ineluttabile destino di quasi tutti gli antieroi seminatori di morte: essere trafitto da una spada.

Vuoti interiori e rabbia incontenibile

Antonio motiva (e lo farà più volte) nei suoi vuoti interiori senza una vera origine scatenante (quantomeno, non dichiarata o per ora non individuata), colmati da una rabbia quasi incontenibile, la voglia distruttiva che si riverserà, alla fine, sugli incolpevoli Daniele De Santis ed Eleonora Manta. Passando dalla fase intermedia di un atto di autolesionismo narrato con riluttanza, in realtà un semplice taglio inflitto con un coltello su una caviglia. E proprio come nel dramma di Shakespeare, in attesa di un destino inevitabile, un finale già scritto, che non sarà una spada, nel 2020, ma le manette dei carabinieri.

Anzi, già sulla strada del ritorno da via Montello, persa completamente la bussola dopo una lotta fiaccante con le vittime, incapace di scansare le videocamere dopo aver ricostruito in modo certosino un percorso per schivarle, Antonio era convinto che non avrebbe passato la notte nella sua nuova dimora di via Fleming. Stava solo attendendo che lo venissero a prendere. E, nel suo racconto, dopo aver vomitato, trascorso disteso nel letto un periodo indecifrabile, senza spiegare i pensieri, prima di gettare via in un contenitore della spazzatura esterno vestiti inzuppati di sangue e coltello, ha fatto una doccia. Poi, il sonno e l’alba di un nuovo giorno.  

In realtà, rispetto a quanto si è già scritto in questi giorni, nei verbali dell’interrogatorio di garanzia svoltosi il 1° ottobre scorso – 71 pagine - non emergono molte novità sostanziali. Tantomeno, davvero, si trova qualcosa che somigli a un movente. A cercarne uno ci proveranno più volte il giudice e, nel finale, il pubblico ministero Maria Consolata Moschettini, scoprendo una vita sentimentale condita da almeno un paio di rifiuti. Qualcosa che sì, potrebbe anche averlo segnato, chissà. Ma un argomento sul quale De Marco non risponderà mai in maniera approfondita. Quasi a dire: sì, ci si sta male un po’, ma poi passa. C’est la vie.

Il doppione della chiave: "Volevo il controllo"

Imperturbabile e spesso ermetico, sugli stessi bigliettini persi insieme ad alcune fascette, forse perché aveva lo zaino aperto, ha fornito elementi non del tutto concordanti. Non ricordando di preciso quando li avesse scritti (ma comunque almeno un paio di giorni prima dell’assalto), né se vi fosse un ordine da seguire. Ha però spiegato di appuntare spesso le cose da fare e rimarcato più volte i vuoti, le assenze. Essere al suo turno di tirocinio, parlare magari con gli altri, ma avere la mente altrove. O rntrare in una stanza e non ricordarsi più se vi fosse un motivo per farlo. Strategia elaborata sul momento per sviare le domande o reale confusione di una mente perturbata e sconfitta da un infinito senso di solitudine?  

Che vi fosse una pianificazione, dopo aver vissuto da settembre 2019 a febbraio 2020 nell’appartamento di via Montello, a Lecce, è nelle cose. Tornato a Casarano in occasione del lockdown, rientrato a Lecce da luglio ad agosto, è in questo secondo periodo che iniziano a maturare i piani omicidi. Il coltello acquistato scegliendone uno con una lama di oltre 15 centimetri e la copia delle chiavi dell’abitazione di via Montello, fatta in un ferramenta, ne sono la riprova. Poi, l’annuncio di Daniele di dover effettuare lavori in casa e, quindi, la necessità per Antonio di cercare una nuova sistemazione. Ma, in fin dei conti, ha spiegato il 21enne, aveva già deciso di trovare un’altra stanza, in un luogo più vicino all’ospedale “Vito Fazzi”, che raggiungeva ogni giorno a piedi. E via Fleming, alla fine, gli è parsa migliore.

Però, nel frattempo, aveva conservato un doppione delle chiavi. Il perché vero, non lo spiega. Non per ora. “Non lo so – dirà testualmente – forse per avere il controllo di qualcosa”. Ma di cosa? E perché proprio il 21 settembre parte verso via Montello, salendo su un bus e proseguendo a piedi lungo un percorso studiato giorni prima semplicemente usando Maps, per tracciare le vie e scovare le videocamere? “Ero più arrabbiato del solito”. Ma Daniele ed Eleonora, possono veramente essere stati scelti a caso, solo “forse perché loro erano felici”? Tanto altisonante nella sua vacuità, la motivazione, da essersi tramutata nei giorni scorsi nel titolo principale di quasi tutti i giornali per sottolineare questa tragedia immane.

Daniele gli chiese di fare l'arbitro

Con Daniele e un altro coinquilino (di cui Antonio non ricorda nemmeno il cognome), anch’egli affittuario, in quel periodo di convivenza nella casa di via Montello, i rapporti erano minimali. Ai limiti del buongiorno e buonasera. Almeno, stando alle dichiarazioni stesse dello studente in Scienze infermieristiche. Ognuno nella sua stanza, ognuno con la sua vita, si mangiava in orari diversi, dialoghi ridotti all’osso.

Con il padrone di casa non ci sarebbero mai stati screzi. Nessuna lamentela per bollette o altro, né ritardi nei pagamenti. E sui rapporti che intercorrevano, a suo dire, non si sarebbe andati molto più in là di un’occasione in cui Daniele – noto come direttore di gara in serie C - gli avrebbe chiesto se intendesse iscriversi a un corso per arbitri (risposta: no). Singolare circostanza, perché sarebbe stata una delle rare occasioni in cui sarebbe avvenuto qualcosa di più prossimo a un dialogo fra due persone. Ma sarà vero?

66eeb4c0-fe2b-417f-ab13-01333c4c03ca-2Antonio, poi – ma sempre a suo dire – avrebbe avuto una conoscenza ancor meno approfondita di Eleonora, la fidanzata di Daniele. Giusto una presentazione. E della sua presenza in casa si sarebbe accorto il più delle volte solo dalle voci che provenivano dalla stanza matrimoniale di Daniele. Mentre più volte ha negato su un possibile movente legato a qualche eventuale sgarbo subito, una mancanza di rispetto. Insomma, pur maturando almeno da agosto la volontà di ucciderli, non ha saputo o voluto dire realmente perché.  “Forse perché avevo fatto le chiavi, era un po’ un accesso più semplice, diciamo così”.

Troppi i punti oscuri

I punti oscuri sono tanti, ivi compresa la già citata scritta che avrebbe inteso realizzare, un messaggio non rivolto alla coppia, ma alla società, e l’ormai famigerata “caccia al tesoro”, sulla quale è stato ancor più vago. Quella del furto di qualche cosa non meglio specificata, una giustificazione che non ha convinto affatto il giudice, visto che Antonio si era dato una scadenza di mezzora, ben annotata su uno dei fogli trovati. “Il tempo di girare - ha detto -, di mettere a soqquadro tutto per trovare qualcosa”. Tutto molto vago. “Una parola un giorno - riferendosi ai biglietti -, una parola un altro giorno…”.

E un altro aspetto lascia perplessi e non convince del tutto. Il 21 settembre, quando è uscito da casa, zaino in spalla con coltello, guanti, fascette, abiti scuri, cappuccio e calzamaglia da indossare in volto, con fori per sagomare occhi e bocca, Antonio ha sostenuto che si aspettava, sì, di trovare in casa entrambi, ma che non ne aveva poi tutta questa certezza. Sarebbe una coincidenza agghiacciante. Proprio quella sera, infatti, iniziava in maniera formale la convivenza della coppia nell’appartamento.

Devi disattivare ad-block per riprodurre il video.
Play
Replay
Play Replay Pausa
Disattiva audio Disattiva audio Disattiva audio Attiva audio
Indietro di 10 secondi
Avanti di 10 secondi
Spot
Attiva schermo intero Disattiva schermo intero
Skip
Il video non può essere riprodotto: riprova più tardi.
Attendi solo un istante...
Forse potrebbe interessarti...

Ma che via stato un motivo di base scatenate che questo ragazzo non vuole dichiarare o una voce interiore a suggerigli di vendicare la sua infelicità con un'azione dimostrativa compiuta comunque con lucidità e pianificazione (per quanto lacunosa in molti aspetti), una cosa è certa: il lato più oscuro della sua mente è stata in grado di partorire l'irreparabile senza in apparenza dimostrare un reale senso di colpa, nemmeno di fronte all'orrore di settantacinque coltellate. Costituirsi? Sì, gli è pure venuto in mente. “Però non so perché, poi non l’ho mai fatto”. Trascorsi i primi giorni senza trovare una pattuglia di carabinieri davanti casa, probabilmente a un certo punto ha sperato davvero che potesse farla franca, forzando la sua stessa consapevolezza che fosse impossibile. 

In Evidenza

Potrebbe interessarti

I più letti della settimana

  • Nuovo colpo al business della droga a Melissano: all’alba 23 in manette

  • Covid-19, aumentano i tamponi. Sono 611 i nuovi positivi e quindici i contagi nel Leccese

  • Dpcm, la protesta nasce pacifica in centro. Ma poi partono gli scontri

  • Cosparso di escrementi e bruciato con le sigarette a 3 anni se si opponeva alle molestie: otto anni al padre e allo zio

  • Il tir si ribalta col carico di frutta: ferito conducente, positivo all’alcol test

  • Virus, stabile l’andamento del contagio. Picco di 43 casi nel Salento

Torna su
Devi disattivare ad-block per riprodurre il video.
Play
Replay
Play Replay Pausa
Disattiva audio Disattiva audio Disattiva audio Attiva audio
Indietro di 10 secondi
Avanti di 10 secondi
Spot
Attiva schermo intero Disattiva schermo intero
Skip
Il video non può essere riprodotto: riprova più tardi.
Attendi solo un istante...
Forse potrebbe interessarti...
LeccePrima è in caricamento