Impeto e rabbia, dinamica di un duplice omicidio su cui s'interroga una città

L'uccisione dell'arbitro Daniele De Santis e della compagna Eleonora Manta ha elementi di efferatezza che non lasciano dubbi: conoscevano l'autore. Ma investigatori abbottonati

LECCE – Lo conoscevano.

Non è entrato di soppiatto nel palazzo. Non è sgattaiolato nel buio come uno strisciante animale predatore. Magari, di lui, non si fidavano del tutto. Forse, c’era qualche conto in sospeso. Ma non pensavano che sarebbe arrivato a tanto. Così tanto. Inseguendoli e non lasciando tregua, fino al loro ultimo respiro. Così, al suo cospetto, hanno aperto la porta. E, invece, la sua mano era forse già macchiata di sangue prima ancora che il coltello affondasse più e più volte nei loro corpi.

Premeditazione.

O, quantomeno, nella sua mente ammorbata di un rancore sordo e malato, di una rabbia tale che di lì a poco avrebbe mosso la mano in maniera incontrollabile, la possibilità che, se la situazione non si fosse risolta in qualche modo (ma in quale? Parlando? Chiarendosi? E su cosa?), non ci sarebbe stata alternativa che porre fine alle loro vite.

Lo s’intuisce dall’abbigliamento scelto. Scuro, dalla testa ai piedi. Studiato, verrebbe da dire. Perché nel buio della sera, in una zona in cui l’illuminazione sembra quasi ferma ai primi del ‘900 (via Montello è ombrosa da far paura, dai lampioni non filtra un raggio di luce, sotto le fronde degli alberi che formano una sorta di cupola), vestirsi di nero da capo a piedi, sembra una mossa studiata. Le macchie di sangue, schizzi inevitabili, meno visibili sul tessuto.

Un duplice assassinio senza pietà

Non ci sono novità di rilievo, va subito detto, sul duplice delitto in cui hanno perso la vita in maniera indicibile, ieri sera, a Lecce, non lontano dalla stazione ferroviaria, Daniele De Santis, 33 anni, una carriera lanciata nel mondo del calcio come arbitro (in serie C era un nome già affermato) e la sua compagna, Eleonora Manta, di 30, dipendente da qualche tempo dell’Inps di Brindisi, dopo aver vinto un concorso.

Ma alcune ricostruzioni più solide sulla dinamica, sentendo fonti investigative confidenziali, se da un lato raggelano il sangue, dall’altro forniscono – forse – qualche indicazione su possibili piste. Con una certezza, al di là del movente: Daniele ed Emanuela, o, almeno uno di loro due, conoscevano l’uomo che li avrebbe ammazzati. Senza alcuna pietà.   

Una città in attesa

Due giovani senza macchie apparenti nella vita. Così è descritta la coppia da chi aveva contatti, lasciando un’intera città di sasso, quasi immobilizzata in una paura non conosciuta nemmeno ai tempi delle peggiori smanie omicide della Scu, tanto che lo scrivente a stento riesce a mettere in piedi il pezzo, continuamente interrotto, subissato da chiamate e messaggi per avere novità, un dettaglio, un’informazione di massima, anche solo un’idea. Indicando qualcuno, persino, possibili piste. Tutta una città in campo per risolvere un giallo che offende, impaurisce, inorridisce.

Forse la coppia era perseguitata da qualcuno. Qualcuno che, per motivi ancora insondabili, riteneva di aver subito un torto. Ma chi? E perché? I carabinieri del Nucleo investigativo e della Compagnia di Lecce, con più reparti in campo – Sezione operativa, Stazione di Lecce principale, Sezione investigazioni scientifiche – stanno tentando di fornire una risposta, sotto una pressione mediatica che si fa sempre più forte, impellente. Anche perché il duplice assassinio è stato efferato nei modi, con dettagli rigorosamente da omettere per rispetto delle famiglie coinvolte. Ma chi ha visto la scena, non ha ricordo di situazioni simili, almeno di recente. Accanimento. Rabbia. Follia.  

duplice omicidio lecce (22)-2

Ma cosa si sa, al momento? L’aggressione nasce nell’appartamento. Ma non è immediata. Prima c’è una discussione, sempre più animata. Fino a diventare evidente ai timpani dei residenti della palazzina, quando rimbalza il rumore di suppellettili rovesciate, incrociate con urla. L’assassino colpisce le vittime con un coltello (portato per l’occasione?) già dentro casa, al culmine di una lite di rara violenza. Le tracce non lasciano dubbi. Poi, ci deve essere un inseguimento. Eleonora viene colpita senza pietà forse subito dopo aver varcato l’uscio, forse un attimo prima. Ma si accascia e muore sul pianerottolo. Daniele è in fuga, disperato, ma il killer, sotto scariche adrenaliniche, lo raggiunge sulle scale, al piano inferiore. E qui colpisce e, ancora una volta, infierisce.

È in quel momento che qualcuno si affaccia e grida. Nota gli ultimi colpi inferti da quella sagoma, con cappuccio e forse anche volto coperto, abiti scuri, guanti di pelle, zainetto giallo o, comunque, di colore molto più chiaro, in spalla. Grida contro e chiama il 113 della questura, anche se, per motivi di suddivisione territoriale, la telefonata viene poi smistata ai carabinieri. Ed è un riscontro, quello sugli indumenti, che arriva anche dalle videocamere. In zona ce ne sono tante. Le hanno installate negli anni passati per il problema della prostituzione e delle risse in strada intorno alla stazione ferroviaria, sulla scorta di ordinanze dei sindaci che si sono succeduti.

L'uomo in fuga e le tecnologie

Ebbene, si nota un uomo in fuga, abbigliato come da testimonianze. Ma, forse, non molto di più. E l’arma del delitto, comunque, non ritrovata. Con essa, per ora restano insolute tante domande. Un duplice omicidio d’impeto, rabbioso e forse più spietato nella forma di quanto immaginato in origine dallo stesso assassino, usando un’arma bianca. Qualcosa che, inevitabilmente, richiama a un concetto di vicinanza, epidermico, rispetto alle vittime, rimarcando quindi in forma anche involontaria il rapporto di conoscenza diretta. Ma il perché, per ora, sfugge.

Che sfugga anche agli investigatori? Di sicuro, questi non si sbottonano e, anzi, stanno indagando a 360 gradi, non intendendo lasciare nulla d’intentato. E, se hanno una pista, non la sbandierano ai quattro venti. Almeno in questa fase.

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E ora? Le tecnologie potrebbero venire in aiuto. Persino più dei ricordi spaventati, da incubo, dei testimoni di un delitto assurdo nelle modalità, cruento oltre ogni limite. Le telecamere, ma anche i telefoni. Sui cellulari potrebbe esservi la risposta. Non solo in quelli delle vittime, fra chat e messaggi, ma anche in quello dell’aggressore. Semmai ne avesse avuto addosso uno, dall’analisi delle celle si potrebbe arrivare alla sua identità, dall’analisi delle celle. Ma l’inchiesta, per ora, è blindata. Presa in mano dal procuratore Leonardo Leone De Castris.

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