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Scopre di aver un tumore osseo e poi contrae il Covid: l’odissea di una paziente

Nuovo capitolo nella vicenda dei contagi all'Oncologico. La donna è una 38enne. La famiglia lamenta una serie di negligenze e chiede alla Procura di fare luce

LECCE – Scopre di avere un tumore osseo metastatico e, contemporaneamente, si ritrova anche positiva al Covid-19 e persino la madre che l’assiste inizia ad avere i sintomi tipici del virus. È la storia nella storia, che s’inserisce nel filone dei contagi scoperti nell’Oncologico di Lecce per il quale vi sono già esposti e un’inchiesta aperta in Procura. Solo che, in questo caso, la vicenda – se confermata in ogni suo aspetto – avrebbe qualcosa di surreale per via di una serie di passaggi a dir poco travagliati. Per ora, pende una denuncia presentata dalla sorella della donna, tramite l’avvocato Simone Potente, in cui si chiede di accertare la verità. Partendo da una dettagliata narrazione cronologica.  

La paziente è una donna leccese di 38 anni che ha iniziato ad avvertire i primi sintomi seri di un malessere il 31 gennaio scorso. Tale il dolore, da arrivare persino allo svenimento. Tanto che quel giorno è dovuta intervenire un’ambulanza del 118 i cui operatori avrebbero consigliato una visita neurochirurgica, pur aggiungendo di essere costretti a trasportarla presso l’ospedale di Copertino (dove il reparto non è presente) per somministrarle tranquillanti. Il tutto per la mancanza di posti al “Vito Fazzi” di Lecce. Ma la donna ha rifiutato.

Il 13 febbraio, poi, stando sempre al racconto, dolori lancinanti nella zona pelvica l’hanno costretta a recarsi al pronto soccorso di Lecce. Qui, una visita ginecologica e analisi del sangue. Nella denuncia si rappresenta che i medici avrebbero ritenuto di eseguire anche un esame radiologico, per il quale lei si è opposta, ritenendolo troppo invasivo su una zona sensibile e chiedendo una risonanza magnetica. Una richiesta, questa, che non avrebbe avuto accoglimento, secondo quanto esposto in denuncia, fino ad arrivare alle dimissioni.

Un secondo accesso al pronto soccorso risale, poi, al 18 febbraio, sempre per dolori di tale forza da non consentirle nemmeno di stare in piedi. Trasportata dalla madre, avrebbe atteso cinque ore e mezzo prima di una visita. E il medico del pronto soccorso di Lecce, dopo essersi interfacciato con Neurochirurgia, avrebbe riferito di un rifiuto del reparto di sottoporla a una visita (diniego, si specifica, riportato anche sul foglio di dimissioni). Nel contempo, l’è stata prescritta una terapia a base di cortisone.

Pochi giorni dopo, precisamente il 22 febbraio, visto che i dolori erano ancora forti, è stata fissata una visita neurochirurgica presso la struttura sanitaria “Citta di Lecce”. Qui, un medico l’ha sottoposta a una risonanza magnetica rachide lombare senza mezzo di contrasto. Il referto, del giorno successivo, di quelli nefasti: sospetta presenza di masse tumorali. Il 24 febbraio, ancora un accesso al “Vito Fazzi” dov’è stata certificata una “malattia neoplastica metastatica”, con consiglio di “ricovero urgente per diagnosi e stadiazione”. Entrata in pronto soccorso, ascoltata dall’infermiere, invitata ad accomodarsi in sala d’attesa, dopo quasi due ore, la donna avrebbe sollecitato la visita medica. Ma “gli operatori avevano perso la propria richiesta di ricovero”, si sottolinea nella denuncia. Solo alle 16, dopo svariati solleciti, sarebbe finalmente avvenuta la visita, con radiografia, esami del sangue e tampone per rilevare il Covid, risultato negativo.

Ricoverata verso le 20 di quel giorno presso il reparto di Medicina d’urgenza del Dea, il 25 febbraio, dopo aver trascorso lì la mattinata, il trasferimento nel pomeriggio in Oncologia. Il 26 febbraio, poi, la visita di diversimedici, per stabilire iter da seguire e terapia del dolore da somministrare. Il 27 un prelievo venoso per marcatori tumorali e somministrazione della terapia. Il giorno dopo, ancora somministrazione della terapia. Poi, il 1° marzo un prelievo del midollo osseo e il giorno successivo Tac total body, da cui si sono evinte lesioni ossee. Non solo. Sempre quel giorno, intorno alle 17,30, anche un altro tampone Covid, con la spiegazione che fosse prassi del reparto ripeterli dopo circa una settimana di ricovero. Tutto questo mentre “nei corridoi del reparto di Oncologia si vociferava già dell’esistenza di un paziente risultato positivo al Covid-19”.

Nel cuore della notte, poi, un’infermiera di turno avrebbe avvisato all’improvviso la paziente che la compagna di stanza, in quel momento addormentata, fosse positiva, per cui era opportuno che trascorresse la notte in isolamento, essendo il suo tampone risultato negativo. Uscendo dalla stanza, peraltro la donna si sarebbe pure accorta del fatto che il reparto fosse semivuoto. Molti pazienti, già trasferiti. Trascorso il resto della nottata nel cosiddetto “soggiorno” del reparto, poco pima dell’alba il trasferimento in una stanza stata sanificata e, successivamente, sottoposta alla terapia del dolore.

Dimessa nel pomeriggio, con prescrizione di terapia, tornata a casa, il 5 marzo la donna avrebbe iniziato a manifestare i primi sintomi del Covid-19, con febbre e vomiti. Da qui, una telefonata al reparto per segnalare il fatto e il successivo contatto da parte del centro Usca. Il giorno dopo, l’arrivo dei sanitari dell’Asl in casa per eseguire il tampone, sia a lei, sia alla madre, che dopo le dimissioni si era trasferita per assisterla e, infine, la notizia: la 38enne positiva, la madre no. Almeno in quel momento. Ma i sintomi, in questo caso, si sarebbero manifestati nei giorni successivi, e anche con una certa virulenza. Ed ecco perché, alla luce di tutto, si chiede alla Procura di fare chiarezza su ogni passaggio della storia. Lo scopo è capire se vi siano state negligenze sia nel pronto soccorso, sia nel polo oncologico.

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