Cronaca Galatina

Operazione "Dirty Slot", rivista una sola condanna. Confermate altre quattro

La vicenda riguarda presunti illeciti nel mercato delle slot machine, dei videopoker e nella raccolta di scommesse per eventi sportivi. Al centro di tutto, due imprenditori galatinesi

GALATINA – A parte le vicende processuali di un imputato, nessun grosso scossone è arrivato oggi nella sentenza d’appello per i cinque condannati a seguito dell’operazione “Dirty Slot”, che avevano scelto in primo grado di essere giudicati con il rito abbreviato.

L’unico caso in cui la sezione unica penale della Corte d’Appello di Lecce, presieduta dal giudice Vincenzo Scardia, ha rivisto la pena, è stato quello riguardante Gabriele Antonio De Paolis, 45enne di Noha (frazione di Galatina), passato dai precedenti tre anni a un solo anno. Riconosciuto il vincolo della continuazione rispetto alla sentenza scaturita da un’altra operazione, “Contatto”, che l’aveva visto condannato a cinque anni, la pena complessiva è stata rideterminata in sei anni. Eliminata, infine, l’interdizione perpetua dai pubblici uffici e disposta l’immediata liberazione.

Per il resto, confermate in pieno le altre condanne: due anni per Maurizio Zilli, 38enne di Galatina; due anni per Stefano Greco, 34enne di Aradeo; quattro anni e mezzo, più mille euro di multa per Roberto Gervasi, 28enne di Corigliano d’Otranto; due anni per Daniele Donno, 28 enne di Corigliano d’Otranto. Le motivazioni saranno depositate entro novanta giorni. Fra gli avvocati difensori: Carlo Martina, Donato Sabetta, Dimitry Conte e Giancarlo Dei Lazzaretti.  

La vicenda riguarda presunti illeciti nel mercato delle slot machine, dei videopoker e nella raccolta di scommesse per eventi sportivi con al centro le figure di due imprenditori di Galatina, i fratelli Marra, Massimiliano, di 49 anni, e Alberto, di 52, che saranno giudicati in ordinario con altri quindici imputati.

Le indagini furono condotte dal Gico della guardia di finanza, sotto il coordinamento della Dda di Lecce. Ed ebbero un peso rilevante le dichiarazioni rilasciate dai collaboratori di giustizia, secondo i quali i due fratelli si sarebbero avvalsi della forza intimidatoria dei clan della Sacra corona unita di Lecce, Brindisi e Taranto per avere il controllo del mercato, ricompensandoli economicamente.

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