Lunedì, 14 Giugno 2021
Cronaca

I tentacoli oltre le sbarre: Cristian Pepe, i suoi affari e gli ordini impartiti

Droga, interessi nelle campagne elettorali, o punire pesantemente gli sgarri: tutto partiva da lui. Un omicidio mai eseguito

LECCE – I tentacoli oltre le sbarre. Che si trattasse di estorsioni, droga, interessi nelle campagne elettorali, o di punire pesantemente gli sgarri, gli ordini arrivavano dal carcere. Questo dicono le carte dell’operazione messa a segno dalla Dda di Lecce – pubblico ministero Valeria Farina Valaori -. La necessità di controllo, nonostante due condanne al 416 bis, con sentenza irrevocabile, un istinto di sopravvivenza, un bisogno impellente, una necessità per Cristian Pepe. Era lui, per gli inquirenti, a muovere i fili delle nuove leve. Era lui a ordinare e persino sentenziare, se animato da propositi di morte per qualcosa che proprio non gli andava giù. Con Antonio Pepe da un lato e Antonio Marco Penza dall’altro, a garantire che quest’egemonia rimanesse inviolata.

Interessi in ogni "affare"

Commercio ambulante, gestione del Parco di Belloluogo, servizi di guardiania, affissione dei manifesti elettorali (alcuni argomenti sono approfonditi in altri articoli, ndr). Questi, solo alcuni degli interessi in ballo. In realtà, l’influenza sarebbe stata tale, da ristabilire certi equilibri, come nelle zone di Campi Salentina e Squinzano, creando anche nuovi canali. Per esempio, intessendo contatti con soggetti ritenuti pezzi da novanta in altre aree. Con Luigi Vergine, della già citata zona di Campi Salentina, Cengs De Paola, nel Capo di Leuca, Saulle Politi, erede delle attività dello storico clan Tornese di Monteroni. Senza dimenticare la limitrofa Brindisi, con il gruppo riconducibile a Raffaele Martena e persino una cosca calabrese. Tutto, dopo accordi presi da Cristian Pepe con Pasquale Briganti e Raffaele Martena, all’atto della nascita del “nuovo statuto della Scu”.

Sono innumerevoli gli spunti dagli atti di indagine. Basti pensare al business dell’affissione dei manifesti elettorali di pubblicità per i candidati alle elezioni politiche del marzo 2018. Avrebbero agito in tal senso Manuel Gigante per il clan Pepe e altri soggetti, fra cui Francesco Portulano, per conto del clan Briganti. Come? Con le cosiddette “vele”,  manifesti applicati su camion, portati in giro per le strade con l’effige del candidato o del partito. Così, sarebbe stato tutto un tentativo di ottenere il monopolio, anche tramite il servizio “vela”. Lecce, Lizzanello, San Donato di Lecce, Veglie e Arnesano, i comuni sui quali avevano puntato gli occhi, con manifesti per esponenti di centrodestra e centrosinistra. In piena par condicio, si potrebbe dire.

Punire gli "sgarri". Anche con la morte

C’erano poi le attività estorsive ai locali e alle attività ricettive (bar, discoteche, b&b), che a Lecce dominano da sempre, come evidente da una serie di intimidazioni. Ma non solo. C’erano anche le punizioni per le “infamità”. Un caso su tutti è emblematico, ed è già emerso nell’inchiesta precedente, quella ribattezza “Vele”. Che, in quest’ordinanza, è trattato in maniera più approfondita. Secondo alcune conversazioni intercettate in via telematica, infatti, Cristian Pepe avrebbe ordinato a Manuel Gigante e a Gianluca Palazzo di  uccidere N.P., per non aver rispettato le regole non scritte dell’associazione. La sua colpa, non aver contribuito con i guadagni derivanti dal traffico di stupefacenti al sostentamento dei detenuti e delle loro famiglie.

Perché tale ordine non sia stato eseguito alla lettera, resta a tutt’oggi un mezzo mistero, tanto più che Marco Penza avrebbe garantito, sempre secondo gli inquirenti, l’appoggio di un certo Sandrino (mai compiutamente identificato, a quanto sembra) e una moto da usare allo scopo. Eppure, nulla. Perché? Forse perché Penza stesso avrebbe interceduto, “aggiustando” tutto, visto che il soggetto nel mirino era suo cugino.

Ma restano i punti poco chiari

Tutta la vicenda, svelata da intercettazione di conversazioni fra Stefano Monaco, Totti Pepe e Valentino Nobile. Gigante e Palazzo sarebbero stati “frenati” da Penza, anche se Totti Pepe avrebbe avuto seri dubbi sulla veridicità di questa versione, dato che giravano voci che Penza avesse messo a disposizione uno dei suoi uomini, un’arma e persino una moto per l’esecuzione.  Nobile dal canto suo, avrebbe manifestato persino la propria disponibilità a eseguire di persona  l’omicidio.

Altre intercettazioni hanno poi messo a nudo un presunto incontro chiarificatore fra Totti Pepe, Gigante e Palazzo. Gli ultimi due, avrebbero spiegato la situazione da punti di vista diversi. Resta il fatto, spiegano gli inquirenti, che il mandato a uccidere appare collegato a due episodi verificatisi a Lecce nel novembre del 2015. Il 21, N.P.ferito a colpi d’arma da fuoco. Il giorno dopo, colpita l’auto del fratello, M.P. (va detto che nessuno dei due è comunque indagato in quest'inchiesta). E questi, sono solo piccoli estratti, frammenti di un’ordinanza di particolare vastità, che però offrono uno spaccato del contesto. 

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