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Mercoledì, 1 Dicembre 2021
Cronaca

Dai riflettori degli stadi al buio di una cella, Fabrizio Miccoli si presenta in carcere

Condannato ieri a tre anni e mezzo per estorsione con metodo mafioso, quand'era capitano del Palermo, l'ex calciatore salentino ha deciso di andare di sua spontanea volontà a Rovigo, per essere il più lontano possibile dai riflettori. Professatosi sempre innocente, si è detto amareggiato e sfiduciato

LECCE – Dai luminosi campi di calcio in erba, al buio di una cella. Dalle ovazioni assordanti del pubblico, alle ore di silenzio in una stanza di pochi metri con le sbarre alle finestre.

In carriera Fabrizio Miccoli, 42 anni compiuti a giugno, pallone al piede, ha scartato fior di difensori. Li faceva ammattire. E che indossasse la casacca della Juventus, della Fiorentina, del Palermo o del suo amato Lecce, il Romario del Salento ha segnato caterve di reti, a volte disegnando traiettorie impossibili. Un fuoriclasse, al quale, però, non è riuscito il dribbling più importante della vita, quello con la giustizia. Davanti all’ultima porta, dopo una rincorsa che deve essere sembrata eterna, durata otto anni, è crollato. Otto anni, sì. Tanto c’è voluto dall’iscrizione nel registro degli indagati fino all’ultimo responso dei giudici, per mettere la parola fine a questa storia.   

Ha vinto la giustizia, dunque, e quando la condanna è risuonata ieri nell’aula della seconda sezione della Corte di Cassazione, impietosa, definitiva, a tre anni e mezzo per estorsione aggravata dal metodo mafioso, deve essergli crollato il mondo addosso. Peggio della peggiore disfatta sportiva. Nulla può essere paragonato alla tetra prospettiva di finire in carcere. Fra l’altro, inevitabile proprio per via dell’aggravante.

Una notte che deve essere stata tormentata, quella di Miccoli, rimuginando sull’intera vicenda, poi la decisione che forse aveva già preso nella testa pochi istanti dopo che a Roma i giudici hanno pronunciato il verdetto. È salito in un’auto ed è andato fino a Rovigo. Nel primo pomeriggio si è presentato davanti al carcere e si è consegnato.

A Rovigo per rimanere lontano

Perché Rovigo? Per rimanere lontano da tutto e da tutti, trovare un luogo dove sia poco conosciuto. Il che è forse un’utopia. La fama insegue un calciatore in eterno, specie chi ha giocato a certi livelli e infiammato gli spalti, anche dopo che ha appeso le scarpe al chiodo. E forse anche per questo non ha atteso un solo giorno. Ha deciso di presentarsi di sua spontanea volontà perché fosse eseguita la sentenza. Il pensiero di girare per le strade, sentirsi osservato, vivere nell’attesa che arrivasse il momento di varcare la soglia di un penitenziario, deve essere stato per lui un peso insostenibile.

L’avvocato Antonio Savoia, che ha affiancato Franco Coppi in tutto questo percorso giudiziario, ha spiegato che Miccoli in questo momento è amareggiato e sfiduciato. Si è sempre professato innocente davanti alle accuse, pur chiedendo scusa per le irripetibili parole pronunciate su Giovanni Falcone, oltraggiandone la memoria con quella definizione, “fango”, emersa durante intercettazioni, che è oggettivamente imperdonabile. Non un reato, certo, ma imperdonabile. E ora, si attende il prossimo passo della difesa. Si valuterà senz’altro la richiesta di una misura alternativa davanti al Tribunale di sorveglianza.

La vicenda giudiziaria

La vicenda per cui Miccoli è stato condannato, è ben nota ed è stata raccontata ieri. All’epoca in cui indossava la maglia rosanero ed era capitano del Palermo, avrebbe chiesto a Mauro Lauricella, figlio del boss della Kalsa (Antonino detto “Scintilluni”), di recuperare un credito che avrebbe vantato nei confronti dell’imprenditore Andrea Graffagnini relativo alla cessione della discoteca “Paparazzi” di Isola delle Femmine.

Lauricella, secondo l’accusa, si sarebbe dato da fare, utilizzando metodi particolarmente violenti, perché l’ex fisioterapista del Palermo, Giorgio Gasparini, con il quale Miccoli condivideva la gestione della discoteca, riottenesse 12mila euro. Le indagini furono condotte dalla Dia, la Procura chiese anche l’archiviazione del fascicolo, ma il giudice Fernando Sestito dispose l’imputazione coatta.

Lauricella, nel frattempo, condannato in primo grado a un anno per violenza privata, ha subito una stangata in appello, dove la contestazione del reato di estorsione aggravata dal metodo mafioso gli è costata una pena di sette anni, diventata definitiva nell’ottobre scorso. Miccoli, condannato anche in appello a tre anni e mezzo, ha presentato ricorso in Cassazione. Ma i giudici l’hanno respinto.  

Per la frase “quel fango di Falcone”, emersa in un’intercettazione, Miccoli fu anche deferito alla Commissione disciplinare della Figc, che però lo prosciolse perché, pur nell’indegnità dell’espressione sul piano civile e morale, le parole erano state rese al di fuori dell’ambito sportivo. La Procura aveva chiesto una giornata di squalifica e 50mila euro di ammenda. Ma intanto, il procedimento più importante, quello giudiziario, è andato avanti. Fino alla fine. Fino all'ultimo passaggio. Quello che l'ha condotto a meditare di affrontare, subito, i conti con la giustizia. Pur, magari, non accettando il verdetto. 

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