Cronaca Centro / Viale Michele de Pietro

Madre in protesta: "Mio figlio in carcere, malato e non curato a dovere"

Maria Luce Murciano protesta da tempo per le condizioni del figlio, detenuto nel carcere di Foggia e gravemente malato. Galatinese, Piero Mele, oggi 27enne, è malato di cirrosi epatica e la situazione starebbe degenerando. Sit-in davanti al tribunale

Il tribunale di Lecce.

LECCE – Maria Luce Murciano protesta da tempo per le condizioni del figlio, detenuto nel carcere di Foggia e gravemente malato. Galatinese, Piero Mele, oggi 27enne, è stato condannato a quattordici anni (due sono stati scontati in appello) per omicidio in concorso, quello del pastore Luigi Zuccalà, 62enne di Galatone, avvenuto in una masseria fra San Donato e Copertino il 15 luglio del 2007.

La donna non ha mai chiesto sconti o privilegi, per quel delitto di cui il figlio è stato accusato e poi condannato. Però, pretende che possa trovare condizioni di vita migliori. E’ stato trasferito sette volte, da un istituto di pena all’altro, negli anni già scontati, e perciò la donna, accompagnata dai responsabili dell’associazione “Nessuno tocchi Caino”, questa mattina ha improvvisato un sit-in davanti al tribunale di Lecce, in viale Michele De Pietro.

Stando a quanto dichiarato più volte dalla donna e ribadito con forza anche questa mattina, suo figlio, malato di cirrosi epatica, non sarebbe stato curato a dovere, fino alla degenerazione, con una sopraggiunta patologia ossea. La donna non chiede di più che condizioni accettabili, cure adeguate e un trasferimento definitivo presso la struttura carceraria di Borgo San Nicola, dove avrebbe peraltro maggiori opportunità di seguirlo da vicino, dovendo in caso contrario far fronte a forti spese.

Con la manifestazione odierna, dunque, il tentativo è di spostare l’attenzione su questo e su tanti altri casi che chiedono di essere valutati adeguatamente, in un sistema carcerario, quello italiano, “malato” di sovraffollamento e strutture inadeguate, stando a quanto lamentano da anni anche gli stessi addetti ai lavori, specie gli agenti di polizia penitenziaria, e stabilito anche da diverse e recenti sentenze.

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