Mercoledì, 16 Giugno 2021
Cronaca

Fra stupore e solito malcostume, il senso del leccese per la neve

La situazione straordinaria amplifica le emozioni e regala scorci inattesi. La città assume un profilo inedito. Ma duri a morire sono certi atteggiamenti imprudenti e molto pericolosi

Mendicante sotto la tormenta. Non passa nessuno a cui chiedere una moneta (foto Emilio Faivre).

Nel suo vestito di candida neve, una città irriconoscibile. Quasi colti da uno stupore infantile, i leccesi riscoprono l’angolo dietro casa. L’impensabile seduzione di un cantiere. Basta cambiargli i connotati. Sul volo dell’immaginazione, la ghiaia affastellata si trasforma in morbida collinetta lattescente.

Geografia e mentalità così lontane dal rigore del segno meno sul Brennero, abituati a osservare ogni cosa sotto l’effetto di un sole abbacinante, quando la tormenta avanza in mulinelli, i leccesi non temono nemmeno le mani surgelate: bisogna immortalare ogni edificio, marciapiede, cartello ghiacciato, e subito. Prima che qualche raggio filtri fra le nubi rovinando la festa. Mai come in questi giorni, le macchine fotografiche hanno da fare, sfiancate fino al decesso delle batterie.

Il senso del leccese per la neve: una novità da masticare in fretta, prima che anche i soliti sacchetti neri pieni di spazzatura gettati per strada perdano quel loro nonsoché. Ora anch’essi sono avvolti dal biancore. Si può lavorare di fantasia e far finta che li abbia persi la Befana, colpita da una palla di neve, mentre era in volo sulla sua scopa. Peccato che dentro non ci sia cioccolata. Il colore somiglia, aspetto e odore sono meno accattivanti.

La neve è una meravigliosa esaltatrice di emozioni e controsensi. La farmacia si diverte a creare un pupazzo con i contagocce per occhi e una siringa per naso, il fruttivendolo si erge a baluardo di rape e clementine sotto la bufera. Speranza di verdura fresca. Freschissima. Mi dà una stalagmite di cicorie? La crisi punge più del gelo, non ci si può permettere il lusso di un giorno di ferie forzate nemmeno quando il Monumento ai Caduti alle spalle somiglia ormai a un gigantesco igloo.

All’incrocio fra via Leuca e via Otranto il mendicante sconfitto, perde all’improvviso l’aura che lo rende un invisibile. Arranca con la testa china su un lato, non passa un’auto che sia una a cui chiedere l’elemosina. Lui, unica macchia di colore in una scena fantasmagorica. Per un istante, alla mente si affaccia un'immagine. La bimba col cappotto rosso fuoco che fugge durante lo sgombero del ghetto di Varsavia, totalmente immersa nel severo bianco e nero di “Schindlers’ List”. La neve amplifica la solitudine.  

Lontano dagli occhi, lontano dal cuore. Ed ecco davanti agli occhi (appunto) una Porta San Biagio in versione siberiana, e il passeggio di innamorati mano nella mano nei vicoli del centro storico. Sembrano in posa da  cartolina. Voglia di scaldarsi, la neve amplifica anche i sentimenti.

Piazza Sant’Oronzo è viva di giochi fra birbanti pronti alla battaglia con bombe di neve, di passanti che trottano e rischiano lo scivolone. Scarpe sbagliate. Un indomito ciclista taglia in due il centro storico. E che meraviglia i rami imbiancati degli alberi in una via XXV Luglio quasi sgombra di auto. Riacquista solo per qualche ora l’incanto perduto ormai per sempre fra colpi di clacson, scarichi di gas, incolonnamenti, incidenti, chiassose manifestazioni. La neve strappa all’uomo la modernità caotica e gli riconsegna angoli di città di una bellezza dimenticata.

Ma il senso del leccese per la neve è anche altro. Per troppi, sotto lo zero del termometro in fatto di malcostume. L’irresistibile tentazione di essere sempre uguali a se stessi pure nel pericolo. Gli inviti alla prudenza? Chisenestrafotte. Le frecce, il solito optional. E in via del Mare tre – dico tre – auto, una dietro l’altra, virano attorno allo spartitraffico sul cavalcavia. Manovra da ritiro della patente in un giorno qualunque, follia pura su lastre di ghiaccio. Mi sfugge l’attimo dello scatto, anche perché non voglio slittarci addosso con la mia auto.

In via Leuca, dove i lavori per il nuovo marciapiede avanzano, un lungo tratto è a senso unico. Soluzione provvisoria e necessaria alla quale non s’intende adeguarsi nemmeno al buio mentre il cielo spara fiocchi a più non posso. Le auto passano lo stesso, si forma un imbuto in cui gli specchietti si baciano, un’ambulanza rallenta la sua corsa per la vita davanti allo spavaldo Suv. E se nemmeno una nevicata straordinaria suggerisce comportamenti adeguati, viene poi difficile pensare che questa città abbia sul serio voglia di cambiare. 

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