Disgregata, ma pronta a tutto per la droga: la mappa della criminalità

La relazione semestrale della Dia disegna un Salento caratterizzato da storici clan in parte indeboliti, ma con un'anarchia sul territorio che porta a punte di ferocia. Riflettori anche sui traffici di armi dai Balcani

Nell'apertura: l'omicidio Capocelli di Maglie. Sotto, armi e munizioni sequestrate durante un'operazione.

LECCE – Un tempo esistevano solenni riti d’affiliazione, come quelli partoriti negli anni ’80 del secolo scorso. Germogliavano nelle carceri le prime radici della Scu. Fioriva il male. Da Pino Rogoli in poi, tanti gli adepti, molti dei quali non possono più raccontare la loro storia. Cumulo di ossa sacrificato a logiche perverse dopo plateali e grotteschi giuramenti. Il Salento perdeva per sempre la sua verginità.

Poi sono arrivati i colpi di scure delle Procure. Quindi, il balzo nel nuovo millennio, che si è fatto avanti con il fascino del Due (mila dopo Cristo) e la potenza di una comunicazione che corre a vele spiegate su canali globali: web, cellulari, social. Certi cerimoniali, si sono detti in molti, meglio lasciarli alla letteratura. Puro folklore del passato, pericolosa arretratezza, materia per ricercatori. “Non facciamo queste minchiate, ci arrestano senza aver spacciato un grammo”, pare abbia suggerito un giorno qualcuno dalla fedina non proprio linda. Intercettato, e non potrebbe essere altrimenti, in un mondo dominato da tecnologie sempre più invasive. Aveva capito tutto, per paradosso facendosi scoprire. 

Una criminalità liquida e frastagliata

Oggi come ieri, gli affari illeciti fanno sempre gola nelle terre votate alla semi-povertà e dominate da zone grigie ed endemico clientelismo. La logica, quella che da decenni regola ogni territorio dove le cellule tumorali criminali rischiano di diventare metastasi quando manchi un freno: l’ambizione ai soldi facili. La droga fa al caso, perché in tempi di fobie dilaganti e astenia di valori, il fenomeno è un fiume in piena. Le estorsioni e l’usura anche, perché in pochi denunciano per quieto vivere. Poi c’è il giro del gioco d’azzardo, che produce quattrini in quantità industriale. Ma, a dispetto delle accuse di associazione per delinquere che spesso fioccano, quella di oggi è una criminalità disorganizzata. A volte disorientata. Non per questo meno feroce. Anzi.

Mancano, a monte, i registi per raffinare il tutto in chiave “imprenditoriale”. Così, quel fenomeno che per esigenza di sintesi spesso chiamiamo mafia, è, ora, nel Leccese, qualcosa di amorfo, dal volto irriconoscibile, una miscela di criminalità comune e non, impastata in modo indistinto al resto della società. Qualcosa di liquido, sfuggente, anarchico. Si arriva così all’assurdo di uccidere per guadagnare un metro in più nella piazza di spaccio, o per qualche centinaio di euro non reso. Alcune cronache recenti ce lo dicono. I nomi degli ultimi morti ammazzati, o di chi è sfuggito a cruenti agguati, non erano poi tanto altisonanti. Emergenti, si è detto. Alcuni, nemmeno tanto. Forse, solo pedine in scacchieri più ampi e dove le figure di re e regine sono indefiniti, quasi sfumati. Qualcuno oserebbe dire semi-inesistenti, come Keyser Söze ne “I soliti sospetti”. Puro immaginario in grado di acutizzare il terrore solo evocandone il nome.      

A Lecce l'influenza dei soliti clan

L’ultima relazione semestrale della Direzione investigativa antimafia, pubblicata proprio nel pomeriggio, è ovviamente monca di tutti gli sviluppi delle cronache più recenti (si tratta di un report che analizza fatti avvenuti da gennaio a giugno del 2019), che si sono avvicendati in maniera vorticosa. Eppure, rende un quadro abbastanza esaustivo della realtà attuale. Anzi, uno dei passaggi iniziali offre una chiave di lettura fondamentale, laddove si dice che “i sodalizi sembrano attraversare un periodo particolarmente delicato e mostrano moduli organizzativi più reticolari e di profilo meno verticistico rispetto al passato”. E ancora: “La mancanza, inoltre, di figure apicali, capaci di associare sotto un’unica regia le attività illecite, ha determinato la formazione di una galassia criminale in cui criminalità organizzata e comune si fondono, dando luogo ad una sorta di network delinquenziale”.

Su Lecce, nel semestre in esame, è apparsa senz’altro ancora solida l’intesa fra tre consorterie: quella di Briganti, che godrebbe dell’appoggio degli storici Tornese di Monteroni di Lecce, e dei Pepe. Stupefacenti ed estorsioni i rami d’affari, come evidenziato dall’operazione “Le Vele” della squadra mobile, conclusa il 7 gennaio del 2019. Manca chiaramente, nella relazione, la citazione al primo verdetto, risalente appena al dicembre scorso, con diciotto condanne in abbreviato. La relazione, tuttavia, ed è un aspetto saliente, sul punto si sofferma sulla figura di uno degli indagati dell’epoca: Saulle Politi, condannato a sette anni e due mesi (più 20mila euro di multa), ritenuto “un elemento di rilievo del clan Tornese di Monteroni di Lecce”. “Quest’ultimo clan, per quanto ridimensionato dagli esiti dell’operazione Labirinto (luglio 2018) – prosegue il report -, attualmente risulta il sodalizio tra i più strutturati e ramificati nella provincia salentina”. E proprio per “Labirinto”, Politi, prima di ricevere l’avviso di garanzia per “Le Vele”, aveva già subito una condanna in primo grado a vent’anni.

mappa-3-7Già coinvolto in altre inchieste, Politi è uno dei soggetti di maggior interesse da anni, per gli inquirenti, vista la sua trasversalità e la capacità di emergere, addentrarsi anche nel tessuto imprenditoriale. Fra i pochi dotati di una sorta di visione e di logica affaristica, per quanto ovviamente sotto una lente distorta, in un panorama fin troppo frastagliato. E dimostrando quindi, di riflesso, tutta la forza magnetica che ancora esercitano i Tornese, considerando anche i noti  accordi con l’ormai decimato clan Padovano di Gallipoli (un tempo fra i più potenti del Salento) e la guerra intestina con il gruppo Caracciolo-Montenegro, anche quest’ultimo dedito al traffico di sostanze stupefacenti e al racket estorsivo, nonostante alcuni vincoli familiari.

A proposito del clan Caracciolo-Montenegro, ritenuto una costola secessionista dei Tornese, si è ormai arrivati agli sgoccioli del giudizio di primo grado, dopo l’operazione “Battleship” della guardia di finanza, che ha evidenziato “il profilo criminale di due coniugi, inizialmente affiliati al clan Tornese, entrambi con ruolo apicale all’interno dell’organizzazione mafiosa e in grado di assumere il controllo delle attività delinquenziali, disponendo le spedizioni punitive nei confronti dei debitori riottosi al pagamento di pregressi debiti nonché le azioni a contenuto intimidatorio, funzionali ad accrescere il prestigio dell’organizzazione mafiosa nell’area di influenza”. Si tratta di Alessandro Caracciolo e Maria Antonietta Montenegro. Ridimensionati, seppur sempre attivi, stando al report della Dia, altri sodalizi storici della provincia, come i Coluccia, di De Tommasi e i Pellegrino.

Gli intrecci via mare con i gruppi albanesi

Il core-business, al di là dei molteplici interessi (finanche il calcio), resta in molti casi la droga. Da questo punto di vista, i gruppi criminali albanesi continuano ad avere una sorta di dominio dettato dalla geografia. “La costa leccese – spiega la relazione - continua a rappresentare, per la vicina Albania, il primo attracco fondamentale per rifornire di marijuana, e non solo, i mercati italiani ed europei. Tale assunto trova ampia conferma nell’operazione di polizia giudiziaria denominata Fiori di primavera conclusa il 12 febbraio 2019”.

Si tratta di un’operazione condotta dalla guardia di finanza, con verdetto proprio dei giorni scorsi, in cui si evidenzia una rete di tale ampiezza da interessare per il trasporto anche Calabria, Sicilia, Emilia Romagna e Lombardia, attraverso una gestione divisa fra tre associazioni. Tutto già emerso, in modo simile, in passato, grazie anche all’operazione, “Oceano” (il processo d’appello è del maggio scorso), in cui principale destinatario, s’è visto, era il mercato europeo, specialmente quello tedesco e svizzero. Il tutto, con una “complicità di soggetti leccesi e brindisini anche nelle fasi del temporaneo stoccaggio delle partite di sostanze stupefacenti in attesa della loro successiva consegna ai soggetti incaricati dello smercio”. E non solo, perché la struttura “poteva, altresì, contare sui canali calabresi per l’approvvigionamento di cocaina”, a dimostrazione di quanto fluida sia diventata la sfera criminale, tanto che non si comprende bene mai dove sia la testa e dove la coda.

Di sicuro, quando la droga esce dai canali di transito e raggiunge le piazze, la gestione dello smercio diviene a volte motivo di pericoloso contrasto. Fino alla morte, per poco o niente. E qui si torna al punto di partenza di quest’articolo. Non a caso, la relazione cita come “emblematiche le risultanze investigative connesse all’operazione Tornado, conclusa il 24 giugno 2019 dai carabinieri, che ha ricostruito le motivazioni di un omicidio, avvenuto a Maglie, e di far luce su una serie di atti intimidatori che, dal 2017, avevano interessato i territori dei comuni salentini di Maglie, Scorrano e zone limitrofe”. L’omicidio in questione è quello di Mattia Capocelli, freddato da Simone Paiano. Capocelli sarebbe finito fra gli arrestati di "Tornado", se non fosse arrivato, per primo, quel colpo di pistola.

La relazione, nella parte riguardante il Salento, tocca, sebbene piuttosto di sfuggita, anche il fenomeno dell’immigrazione clandestina, tanto lucroso (e annoso), quanto sempre sussurrato e mai indagato a fondo nelle cronache nazionali (come abbiamo denunciato più volte), accennando a “motovelieri con al comando scafisti originari dell’Est, ucraini, russi e georgiani”. Per fortuna, non è sottovalutato dagli investigatori, tanto che, con tutte le difficoltà derivanti da burocrazia e questioni di confini extranazionali, proprio di recente è stata messa a nudo una florida organizzazione italo-greca (l’operazione “Sestante” rientrerà molto probabilmente nella relazione del secondo semestre). Il che ha probabilmente rallentato, anche se non del tutto bloccato i traffici, dato che altri sbarchi si sono susseguiti di recente. In fin dei conti, finché ci sarà la necessità di fuga di intere comunità da territori sotto assedio, esisteranno i profittatori. Concetto banalmente identico a quello degli stupefacenti: è la domanda che genere l’offerta.

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Il traffico di armi dai Paesi dell'Est

Allo stesso modo, c’è attenzione anche sul “traffico di armi dall’Albania e dal Montenegro”. L’inchiesta  “Bulldozer”, del marzo 2019 (indagini del Gico della guardia di finanza), “ha permesso di arrestare due cittadini di origine montenegrina, ma nativi di Lecce, responsabili di aver illegalmente introdotto armi da sparo, comuni e da guerra dal Montenegro nel territorio dello Stato, coinvolgendo un soggetto originario di Galatina arrestato in flagranza (novembre 2018) presso il porto di Bari”. Si tratta di Denis Ahmetovic e Suad Bahtijari, residenti al campo “Panareo”, che a suo tempo avrebbero coinvolto un ragazzo insospettabile

Solo nelle note a margine, poi, si scorge un dettaglio che, letto in chiave attuale, schiude verso possibili, nuovi orizzonti. Si fa riferimento, infatti, a quanto avvenuto il 21 aprile del 2019 a Torre San Giovanni, frazione marittima di Ugento, dove un 28enne di origini bulgare è stato percosso con una mazza da baseball e poi persino gambizzato con un colpo di pistola per essersi rifiutato, stando all’esito processuale, di effettuare trasporti di armi dai Paesi dell’Est. Fatti per i quali sono stati condannati duramente in abbreviato Martin Georgev Asanov, bulgaro, e, soprattutto, Ferdinando Librando, di Melissano, pluripregiudicato, ritenuto dagli inquirenti uno dei pezzi da novanta della criminalità locale in un’area in cui l’influenza è quella del territorio di Casarano, dove (e anche questa sarà materia per la relazione futura) a novembre Giuseppe Moscara è stato arrestato per il tentato omicidio a colpi di kalashnikov di Antonio Amin Afendi.

Una zona, quella dell’hinterland di Casarano, fra le più strutturate, attive e pericolose, nel panorama sostanzialmente disgregato del Salento, in cui ancora risuonano nell’aria nomi come quello di Tommaso Montedoro (ora collaboratore di giustizia) e Augustino Potenza (morto assassinato). Probabilmente ci sono ancora diversi rami d’inchiesta in atto e il futuro potrebbe riservare nuove sorprese, dopo i casi di cui si è già scritto molto, fra cui gli omicidi, sempre a Melissano, di Manuel Cesari prima e del giovane Francesco Fasano poi. E, a proposito, nel filone della guerra per la divisione delle aree di spaccio di droga, da cui è scaturito l’omicidio di Fasano, attribuito a Daniele Manni e Angelo Rizzo, fra gli imputati c’è anche Antonio Librando, fratello del succitato Ferdinando.   

Dalle estorsioni al settore di giochi e scommesse

Oltre agli stupefacenti e alle armi – prosegue la relazione -, le estorsioni continuano a costituire un’importante fonte di guadagno. Non sono, infatti, mancati nel semestre in esame i tipici segnali intimidatori e violenti in danno di beni mobili ed immobili di proprietà di artigiani, commercianti e titolari di imprese turistiche stagionali”. Ma qui val la pena sottolineare che le denunce effettive restano poche. A ciò si aggiungono i reinvestimenti dei capitali così acquisiti in attività commerciali (pizzerie, ristoranti e bar) e strutture ricettive turistico-alberghiere, nonché i tentativi d’infiltrarsi nel settore agroalimentare”.

“Nella tendenziale disomogeneità che contraddistingue il panorama criminale del circondario salentino – si avvia nelle conclusioni la relazione -, si ravvisa comunque la comune capacità dei sodalizi di estendere i propri affari nel settore dei giochi e scommesse, anche on line, nonché nel condizionamento della pubblica amministrazione”. E su quest’ultimo punto, fra i più interessanti, dove si sale al rango dei colletti bianchi, rimandiamo all’altro articolo di oggi.

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