Cronaca

Il male dell’indifferenza: così una terra scivola lenta verso la morte

Nelle vie di città e paesi, nelle campagne, sulle provinciali: il Salento si sta scavando la fossa sotto una coltre di rifiuti e degrado, ma sembra a volte assuefatto

Criniera fulva, fascinosi occhi blu dal taglio obliquo del predatore sopraffino. Noto il gatto accanto a una montagnola di rifiuti su via Leuca, mentre passeggio domenica mattina vicino casa.

Il micione annusa fra lo squarcio di un sacchetto che sta per esplodere di marciume, poi d’istinto ruota la testa di scatto e mi studia severo mentre punto la fotocamera. L’accostamento è così stridente che amplifica il senso di degrado, tira allo spasimo l’elastico della vergogna.

Da un lato il contegno nobile del felino, tutt’altro che il classico scheletro malaticcio che porta a spasso una coda più grossa del suo corpo. Dall’altro l’ammasso di rifiuti dal quale spera di ricavare un “delizioso” spuntino di mezzogiorno. Eleganza della creazione naturale e stomachevole produzione umana.

Presento dentro di me la “scultura” a una platea fittizia, manco stessi sollevando il velo per esibire un capolavoro: siore e siori, ecco a voi “Il Disegno di Madre Natura e la Merda dell’Uomo”, impressionismo su marciapiede leccese, opera di più autori ignoti.

Applausi a scena aperta? No, ovviamente.

Giusto un passante inarca per un istante il sopracciglio osservandomi mentre scatto la foto. Poi si volta e se ne va. Più incuriosito dal mio stupore che dall’immagine che ritraggo. Come se fosse anomala la mia reazione di fronte alla scena, e non anomala la scena, che dovrebbe suscitare una reazione. 

E non è tutto. Proseguo la passeggiata e per decine di metri mi sembra di percorrere la via crucis del pattume, provando un dolore pungente di piazzola in piazzola. Non manca albero senza il suo sacchetto di contorno, la sua bottiglia di birra trangugiata e abbandonata accanto al tronco, il suo piccolo ammucchiamento di sudiciume, fosse il cartone di una pizza, la cacca di un cane “dimenticata” dal suo padrone, il sacchetto solitario.  E’ lo stupore che manca, attorno a me. Altri si muovono con passi misurati e la testa in su. Nella flemma della domenica, è come se non vedessero.

Quasi ora di pranzo, andiamo verso mare sfidando nubi cariche di minaccia con una coppia di amici: lui salentino, lei romagnola trapiantata. Nel tragitto mostro le foto di quella che mi ostino a chiamare ancora la mia Lecce, una Lecce che riconosco sempre meno, e la nostra amica sembra guardarvi oltre.

Ritorna con il ricordo così ai suoi primi anni, quando, seguendo il suo cuore fin quaggiù, iniziò a lavorare in un’azienda del basso Salento. Avanti e indietro in auto, destra e sinistra, su e giù. I viaggi non le pesavano. L’accompagnavano paesaggi nuovi, l’incantesimo di spiagge esotiche rotte da improvvise scogliere a picco sul mare, campagne con distese di ulivi a perdita d’occhio. Peccato per quella spazzatura, quella maledetta spazzatura, sparsa ovunque. Sui cigli delle strade, nelle piazzole, nelle marine lasciate in inverno alla maledizione di un abbandono che sottolinea il grigio del cemento, le voragini nell’asfalto.

La doppia faccia di un Salento che riesce a convivere fra meraviglia e disastro con il suo spirito di insana strafottenza. Perché tanto, ormai, c’è assuefazione. Ed è questa che opprime e ferisce, l’assuefazione che ci sta rendendo ciechi e l’idea che si debba trovare qualcuno di fuori per una critica sincera nella sua ferocia. L’atto d’affetto puro dell’amante esigente che non ci sta a diventare lo zombie di un film di Romero. E’ vero. Troppi salentini hanno smesso di fare critica e autocritica e quelli che si lamentano, urlano, segnalano, temono di predicare nel deserto.

Lunedì mattina, torno in ufficio. Antonio, il nostro fotografo, mi invia un’immagine da una piazzola di sosta sulla bretella Gallipoli-Maglie. L’ha trovata su Facebook, è la stess zona in cui, una settimana prima, ha girato un video-denuncia. “Questa è di oggi”, mi spiega. Così ci accordiamo per un ritorno. Antonio sale in auto, arriva sul posto, gira un nuovo video e scatta altre foto. La discarica è aumentata di volume. Ma ci state sfidando? Esibite, sì, mostrate, sì. evidenziate, sì. Tanto noi torneremo proprio lì e continueremo a gettare, gettare, e ancora gettare. A seppellire noi stessi, il futuro dei nostri figli, sotto la nostra stessa immondizia.

E i controlli? I controlli, se ci sono, quando ci sono, se ci ascoltano e quando ci ascoltano, sono un istante passeggero, che subito dopo muore con l’indifferenza che ci sta annacquando il cervello. E tutto torna come prima.

Video: sulla Maglie-Gallipoli, una settimana dopo

Martedì pomeriggio. Rientro a casa, ma prima mi fermo lì, davanti alla “mia” montagnola di rifiuti di via Leuca, angolo via Dogali, Lecce. Si è ingrossata anche questa. Manca il famelico gatto domenicale con il suo pelo fulvo. C’è, in più, un nuovo arrivo, una valigia con tanto di nome sulla targhetta. Ridicolo.

Ho atteso tre lunghi giorni, ho sperato che anche altri si accorgessero. Ora basta. Segnalo come già fatto altre volte, e passa la polizia locale. Il giorno dopo non c’è più nulla. Anche la spazzatura dagli altri punti del marciapiede è sparita.

Ma tornerà. Oh, sì, tornerà. In via Leuca e in tutta la città, e poi nelle campagne e lungo le provinciali del Salento. Perché è nell’adeguarsi a portare il paraocchi che proliferano i torti quotidiani, nell'abituarsi al degrado come se fosse inarrestabile. O come se tutto questo non ci riguardasse, come se stesse avvenendo in un territorio che appartiene a un pianeta di un altro sistema solare.

Vogliamo sfondare con il turismo e quando siamo fuori regione, stupiamo gli altri ubriacandoli di frasi iperboliche per raccontare il nostro mare e le nostre chiese barocche. Ma quando ci ritroviamo a casa, non siamo mai troppo severi ed esigenti verso noi stessi. Preferiamo superare il senso di colpa scaricando su amministrazioni e ditte non sempre solerti e inefficienti, dimenticando però che a monte del problema ci siamo sempre e solo noi.

Ed è così, in questa menzogna che ci propiniamo per non vedere, proprio così, che una terra scivola lenta verso la morte: quando soffoca chiusa nel sacchetto nero della sua stessa indifferenza.

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