Venerdì, 30 Luglio 2021
Cronaca Via Brenta

Via Brenta, condannato solo Naccarelli, gli atti alla Procura: "Indagate sulla Poli"

Tre anni per l'ex dirigente del servizio finanziario del Comune di Lecce. Ma il processo si deve in parte rifare: per il giudice Sernia non si trattò di truffa, ma di peculato. E adesso rischia l'imputazione anche l'ex primo cittadino

Il giudice Sernia mentre emette i verdetti.

LECCE – Come nella più classica commedia dell’arte in cui, quando il sipario sembra dover calare comincia un nuovo atto pieno di colpi di scena e personaggi inediti, il processo sui palazzi di via Brenta continua a riservare sorprese e nuovi sviluppi giudiziari.

Nel giorno dell’attesa sentenza di primo grado di una delle inchieste più controverse della storia recente del capoluogo salentino, l’intero processo sembra fermarsi e ripartire dal principio. Il giudice Stefano Sernia, infatti, in un’ordinanza complessa, precisa e articolata, ha evidenziato come il reato di truffa, contestato dalla pubblica causa, non sia configurabile.

Pur riconoscendo quasi in pieno l’ipotesi accusatoria, il giudice ha ritenuto che vi sia un fatto diverso da quello contestato e che pertanto il reato non sia quello della truffa, bensì di concorso in abuso d’ufficio e peculato. Un reato per cui non è competente il tribunale monocratico ma quello collegiale. Da qui la necessità di inviare gli atti alla Procura per la contestazione dei nuovi capi d’accusa che, sempre su indicazione del giudice, dovranno comprendere altri due personaggi illustri dell’amministrazione comunale leccese: l’ex sindaco Adriana sindaco Poli Bortone e l’ex segretario comunale Domenico Maresca.

Secondo il giudice Sernia, infatti, non è possibile che Giuseppe Naccarelli, ex dirigente del servizio finanziario del Comune di Lecce, abbia agito all’insaputa dell’ex primo cittadino che, secondo quanto da lei stessa dichiarato in sede dibattimentale, doveva essere avvisata dell’operato del funzionario comunale. Una chiamata in causa che sembra richiamare alla mente una delle più celebri “pasquinate” romane: “ciò che non fecero i barbari fecero i Barberini”.

L’ex senatrice rischia dunque di diventare uno degli imputati in quello che, oltre che un processo assai complicato, rimane un caso politico e giudiziario che continua a dividere l’opinione pubblica e a contrapporre schieramenti e partiti. Si tratta, infatti, di un caso in cui la stessa amministrazione comunale, guidata dal sindaco Paolo Perrone e assistita dall’avvocato Andrea Sambati, si è già costituita come parte civile nei confronti degli imputati, tra cui alcuni degli ex uomini di fiducia dell’allora sindaco Poli Bortone.

Tra loro, infatti, Massimo Buonerba, l'ex consulente legale della Poli; Ennio De Leo, ex assessore al Bilancio del Comune di Lecce, e Giuseppe Naccarelli, ex dirigente del servizio finanziario del Comune di Lecce. Oltre a Buonerba, De Leo e Naccarelli, gli altri imputati sono Pietro Guagnano, legale rappresentante della Socoge; Maurizio Ricercato; Piergiorgio Solombrino, ex dirigente dell'ufficio tecnico; e Roberto Brunetti, tecnico dell'ufficio Patrimonio di Palazzo Carafa. Il pubblico ministero Antonio De Donno dovrà riformualre l’accusa anche nei confronti di Vincenzo Gallo (funzionario della SelmaBipiemme), Renato Kobau e Fabio Mungai, amministratore delegato e dirigente della Selmabipiemme; e Nicola Baldassarre, funzionario ed agente della SelmaBipiemme, per cui il giudice ha rigettato, dopo la pronuncia della Consulta, l’ipotesi d’incompetenza territoriale del tribunale di Lecce per il reato di truffa.

Il processo ha comunque espresso anche i primi verdetti con la condanna di Naccarelli a tre anni (per il reato di falso) e l’interdizione dai pubblici uffici per cinque. Assolti dallo stesso reato, invece, Piergiorgio Solombrino e Roberto Brunetti.

adriana-poli-bortone-45-6Secondo quanto ipotizzato dall'accusa (inizialmente il sostituto procuratore Imerio Tramis e successivamente il procuratore aggiunto Antonio De Donno), la truffa (come detto il reato ipotizzato sino ad oggi dalla Procura) sarebbe stata ordita al fine di agevolare la Socoge, proprietaria degli immobili di via Brenta. Questa ha poi venduto i due complessi alla società Selmabipiemme, che li ha poi ceduti in leasing al Comune di Lecce.

Le due società si sarebbero accordate per stipulare un contratto di leasing ben più oneroso del valore reale, proprio in previsione che il Comune subentrasse alla Socoge e dunque ne ereditasse le condizioni svantaggiose. Un contratto di leasing che impegnò l'amministrazione leccese a versare due milioni e mezzo di euro all'anno per 20 anni, oltre ad un riscatto di 14 milioni di euro. Nel mezzo cifre gonfiate e atti falsificati, tutto – secondo la Procura – a scapito del Comune e di un danno patrimoniale di milioni di euro.

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